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Un paio di conversazioni sullo spazio di una blogger intelligente e fighissima (nel senso di “very cool”, non di “very hot”: poi magari è anche very hot, ma non la conosco personalmente) mi spingono ad alcune riflessioni.

La storia e la mera osservazione delle dinamiche sociali ci insegnano il funzionamento degli scambi tra le persone, in particolare il concetto di scarsità. Io ho qualcosa da offrire e vorrei ottenere qualcosa in cambio; se quello che offro è apprezzato o difficile da reperire, allora la contrattazione è sbilanciata a mio vantaggio, se invece non viene apprezzato o c’è in abbondanza, allora devo adeguarmi a quello che mi viene offerto in cambio. In altre parole, se quello che offro è in qualche modo “scarso”, la contropartita necessaria per averlo sale, altrimenti scende.

Chiunque ha sentito fare questo discorso a livello di mercato di beni e servizi, ma vale per qualunque cosa: una persona affascinante sceglie di chi circondarsi, un imbranato abbassa le pretese. Un impiego che può fare chiunque viene pagato meno di uno per cui trovare la persona adatta è difficile.

Ecco, il lavoro. Si suppone che il lavoro sia un “mercato” un po’ diverso dagli altri. In prima istanza, per una questione di sbilanciamento endemico del potere di contrattazione, che non avviene tra privati al medesimo livello, ma tra entità a livelli diversi – semplificando, aziende enormi contro singoli cittadini. In seconda, perché la disponibilità di tempo di una persona è limitata e non è possibile che il mercato la porti ad offrire le proprie prestazioni per una contropartita inferiore al livello di dignitosa sussistenza. Purtroppo, tuttavia, questo avviene da tempo, e ci tocca sorbirci cosiddetti tecnici che sostengono che in Italia c’è disoccupazione perché gli stipendi sono troppo alti. Non è nemmeno vero, ma non è questo il punto.

Il punto è il semplice fatto che oramai nel mondo il lavoro sia considerato come una merce che le “aziende” comprano dai “lavoratori”, mentre questi ultimi ricevono una contropartita economica che consenta loro di acquistare beni e servizi per condurre un’esistenza il più possibile agiata.

L’articolo 1 della Costituzione italiana, se ci basiamo su questo principio, recita che l’Italia è una repubblica fondata su una merce. Ho sentito tromboni di varia estrazione sostenere esattamente questa tesi per criticare la nostra Carta. Forse sarebbe ora di rivedere cosa sia il concetto di lavoro: qualcosa che nobilita l’uomo e lo spinge alla realizzazione di sé stesso, non attraverso i soldi che guadagna ed i beni che può comprarci, ma verso una dimensione spirituale e sociale, un senso di utilità ed un contributo alla costruzione della comunità in cui vive, secondo i suoi mezzi, le sue inclinazioni e le sue capacità.

Poi tocca assistere a spettacoli tipo questo: bambini con una maglietta taggata Euro che vanno in processione da Mario Draghi per farsi firmare le banconote dell’euro. Ora, molte persone immagino vedrebbero questa scena come una cosa innocua, una specie di goliardata, finanche come qualcosa di carino. Facciamo un gioco: pensiamo di sostituire Draghi con un gerarca militare e la maglietta dell’euro con qualche divisa che richiami al patriottismo più sciovinista. A quel punto, i ragazzini avrebbero probabilmente delle bandiere, se non addirittura delle armi. Questa immagine sarebbe percepita da tutti come raccapricciante.

Però, però. Il patriottismo, di per sé, e al netto del fatto che venga solitamente utilizzato in modo becero e violento, è un valore: è amore per la propria terra e per la propria storia, in ultima analisi per ciò che permette di diventare quello che si è. Una scena del genere sarebbe dunque un modo malato di celebrare un ideale.

Ad oggi, per me, è difficile scindere quanto devo nella formazione della mia persona, che so, a Socrate, a Leonardo, ai Bealtes, a Rousseau, a sant’Agostino, a Bernoulli, a Cicerone, a Fritz Lang, a Sartre, ad Aristotele, a Bono Vox, Madame de Staël, a Shakespeare, a Beethoven, a Keynes, ad Einstein e a Pirandello. Quindi il concetto stesso di patriottismo inteso in senso nazionalista, almeno dal punto di vista culturale, è vacillante, e ha senso, molto senso, pensare di costruirne uno a livello come minimo europeo. Ma la BCE, l’euro, le divise che c’entrano con tutto ciò?

I ragazzi che si fanno autografare le banconote sono un modo sconcertante di celebrare denaro, avidità e potere, altro che ideali. Mi ricordano più i cloni che marciano tutti uguali dall’imperatore Darth Sidious. Che, esattamente come l’istituzione rappresentata da Mario Draghi, non intendeva unificare l’universo su una base di cultura condivisa, né di avvicinamento tra popoli, ma per meri fini di interessi e controllo. E ci sono genitori compiacenti che hanno offerto i propri figli per una sceneggiata del genere.

“È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi”, (Padmé Amidala, “La vendetta dei Sith”).

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