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Avevo scritto che sarei tornato sopra al concerto delle CocoRosie di sabato scorso a villa Ada una volta che fossi stato capace di razionalizzare meglio quello che avevo visto. Son passati 4 giorni, e ancora non ci riesco del tutto, le due sorelle Casady e il loro splendido impianto sonoro mi hanno letteralmente travolto. Proverò comunque a dire due o tre cose sul perché il concerto è stato qualcosa di unico e meraviglioso.

CocoRosie a villa Ada

Ho già accennato alla singolare presenza scenica di Bianca (vedi foto, che non è mia, ma della pagina facebook ufficiale di “Roma Incontra Il Mondo”), con un look complesso ed incomprensibile, sempre in penombra, mai al centro del palco, mai volta ad attirare l’attenzione sulla propria persona fisica, a volte sembrava quasi assente, incorporea, appariva addirittura strano che certi suoni provenissero da lei. Contemporaneamente, si avvertiva la sua potenza emotiva, la sua centralità, il fatto che molto di quello che le veniva prodotto attorno non servisse ad altro che ad amplificare le sue emozioni, la sua necessità di comunicare.

In maniera minore, perché molto più centrale nel contesto dell’esibizione, anche Sierra aveva un approccio simile. Suonava, cantava in modo meno dimesso, si muoveva, richiamava gli sguardi su di sé, ma tutto questo era di fatto diverso da quello che poi investiva il pubblico.

Durante il concerto, quello che succedeva sul palco era un sovrappensiero, l’unica cosa importante era quello che ne proveniva: suoni, musica, emozioni, passione. Confidenze, malinconia, tristezza, gioco. Non voglio dire che l’aspetto visivo fosse superfluo o che il concerto sarebbe stato sufficiente sentirlo, quanto che quello che si vedeva, compresi l’assurda mise di Bianca o i virtuosismi del mostruoso beatboxer, era semplicemente al servizio della musica e di quello che intendeva trasmettere.

Inoltre, chiunque conosca le CocoRosie sa che la loro musica è realizzata in modo peculiare, con basi elettroniche, strumenti classici, vocalità a volte bizzarre, con il bel canto di Sierra e la voce tremolante tra pianto, scherzo e desolazione di Bianca, e un bel po’ di strani ed inquietanti rumori. Uno potrebbe pensare che una roba del genere sia difficile da riprodurre dal vivo. Dopo averle viste, posso dire che il punto non è assolutamente questo. Sarà anche vero che pezzi come “Gravediggress” (ma quanto è bella!) e “Werewolf” sono state suonate in modo riconoscibilissimo sin dalle prime note, ma quello che ha permesso di individuarle non è stata tanto la sonorità, quanto l’assoluta coincidenza dello schema emotivo che scatenavano con quello prodotto dalla versione su disco. Partiva il brano e arrivava la scossa – potente, intensa e brutale.

Di solito, se uno ci pensa, accade il contrario: si riconoscono i pezzi, ci si cala nello stato d’animo a cui li si associa e ci si lascia trasportare, apprezzando eventualmente le variazioni, le differenze, le sfumature; a volte, ci si lascia sorprendere versioni inaspettate, intense, spiazzanti. Le CocoRosie non sono così: loro ti prendono per mano e ti portano dove vogliono, indipendentemente da come i brani siano suonati. E questo è particolarmente chiaro ed illuminante quando eseguono un pezzo che non conosci: alla fine non ricordi la canzone, la melodia o la sonorità. No, il lascito è puramente emotivo: ricordi come sei stato, e lo ricordi bene. Che è qualcosa di molto più difficile, raro e prezioso.

Forse è empatia, forse dipende solo dal fatto che le CocoRosie dal vivo, ed in generale con la musica, ci sanno fare. Brave. B-R-A-V-E!

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