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ArgoUno dei punti fermi di chi vuole produrre un’opera narrativa è che sia in grado di raccontare una storia: non necessariamente lineare, non necessariamente chiusa, ma la storia deve esserci, e deve essere esposta, non mostrata. Ora, una concatenazione di eventi che assume autonomamente una struttura, di per sé, non è una storia.

Questo è “Argo”: la rappresentazione di una successione di eventi senza nessuno sforzo per crearci attorno qualcosa di narrativo. Manca del tutto qualunque forma di comunicazione, di espressione, di coinvolgimento emotivo. Di fatto, manca il film.

La trama è nota a tutti: in Iran, dopo la rivoluzione Khomeinista del 1979, un gruppo di americani sfuggiti all’assalto dell’ambasciata si ritrova imprigionato nella residenza dell’ambasciatore canadese, senza speranza di fuga, in attesa che i rivoluzionari li identifichino e li vadano a prendere. La CIA opta per una tecnica di esfiltrazione singolare: fornire ai sei malcapitati documenti canadesi e fingere che si tratti di una troupe inviata sul posto per studiare le location per le riprese di un film di fantascienza, per poi tirarli fuori alla luce del sole. Di fatto, seguire la tattica delineata da Edgar Allan Poe nel suo “La lettera rubata”: nascondersi in piena vista.

Ecco, queste poche righe in realtà non descrivono il plot dell’opera: descrivono l’intera pellicola. Dal punto di vista narrativo, salvo dettagli davvero insignificanti, non c’è nient’altro. 120 lunghi minuti privi di qualunque sviluppo funzionale.

Il film è diviso in due parti in modo standard: nella prima, dopo l’esposizione del problema, l’operazione viene ideata e lentamente realizzata; nella seconda, viene messa in atto.

La prima metà del film, seppure un po’ lenta, contiene alcuni aspetti interessanti, come la problematica di mettere su una produzione hollywoodiana finta ma perfettamente funzionante, comprando il copione, scritturando gli attori, e creando una struttura che tenga di fronte a possibili indagini da parte dei servizi segreti esteri. Tuttavia, la soluzione delle criticità, aggravate enormemente dalla ristrettezza dei tempi, rappresenta già un bell’esempio di sceneggiatura fatta a tirar via.

La seconda metà invece è proprio un disastro. Ben Affleck che ottiene tutte le carte, che si reca in Iran e tratta con le autorità locali per ottenere i permessi e che poi prende contatto con i prigionieri sono aspetti che vengono mostrati in modo incredibilmente superficiale. L’unica difficoltà è la corsa contro il tempo, prima che i cittadini americani vengano scoperti dalle autorità iraniane. Di fatto, quello che la pellicola suggerisce è che se non fosse stato per questo, l’operazione sarebbe stata semplicissima.

L’intera seconda ora di film è basata sulla suspence, tra l’altro costruita solo ed esclusivamente con l’ausilio di mezzucci triti, abusati e riconoscibili, che nel caso specifico constano di una disperata corsa contro il tempo. Quasi un terzo dell’intero film mostra il superamento (tra l’altro senza difficoltà effettive) dei tre posti di controllo all’aeroporto di Teheran, con situazioni stereotipate fastidiosissime, come un telefono che squilla e la persona che deve rispondere – ne va della vita di 7 persone – che è bloccata fuori dall’edificio.

Mi risulta davvero incomprensibile come un film con una struttura così banale e con una narrativa così povera possa aver riscosso tanto successo sia in termini di pubblico che di riconoscimenti. È letteralmente un’opera inutile, alla fine della quale non resta nulla, se non l’irritazione per esser stati vittima di un’ansia finta e mal costruita. Si potrebbe obiettare che l’intento fosse quello di far provare il senso di oppressione ed urgenza che sperimentavano i sei americani prigionieri in Iran, ma rimane che, anche al netto delle potenzialità narrative inespresse, le tecniche di costruzione della tensione sono povere, banali e squallide.

Non è un film brutto, è molto peggio: è un film buttato via.

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