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Fiera dell’incompetenza, della sciatteria e dell’approssimazione lunedì sera alla Cavea dell’auditorium Parco della Musica di Roma, al concerto di Chan Marshall, meglio nota come Cat Power: nella storia degli eventi in cui è stata coinvolta una qualche forma di tecnologia, solo sull’Apollo 13 le cose sono andate peggio (forse).

Un acquazzone nel pomeriggio – previsto tra l’altro da almeno una settimana ed impossibile da classificare come sorpresa, visto che a Roma si va avanti così da giorni – impedisce il soundcheck: perché il palco della Cavea è completamente aperto, non c’è una struttura che in qualche modo lo copra, sopra c’è il cielo. Nessuno pensa di spostare il concerto all’interno, nell’inutilizzata sala Santa Cecilia. Certo, nel momento in cui i biglietti avevano posto assegnato, rifare da zero le assegnazioni e sorbirsi in presa diretta le incazzature di chi ci avrebbe visto un declassamento sarebbe stato un incubo, ma si presume che l’auditorium sia un posto organizzato. Visto come è proseguita la serata, però, su questo punto ho qualche dubbio.

Soundcheck (troppo) veloce alle nove, apertura porte alle nove e mezza passate. La povera spalla viene spedita sul palco quando la gente ha appena iniziato a prendere posto, ma per fortuna si tratta di un tizio sostanzialmente inutile. Entra la band e attacca “The greatest” – a volumi contenuti, ma all’auditorium è sempre così. Arriva Cat Power, prende il microfono e non si sente niente. Niente. Sembra svociata. In circa 40 secondi la situazione viene rattoppata, poi il pubblico viene travolto da un’onda d’urto potentissima: è la grancassa della batteria, amplificata a livelli inauditi. In compenso il rullante non si sente, mentre la tastiera è strozzata. Nel secondo pezzo, il bassista utilizza le percussioni, ed il suo rullante fa rumore anche per quello del batterista. Il tutto mentre la voce è ancora soffocatissima e suona come se non riuscisse a prendere bene le note alte. Chan sembra afona.

Per un’oretta le cose vanno avanti con continue richieste di aggiustamenti al suono, che si traducono in accorgimenti per rattoppare un pasticcio alla volta, senza mai affrontare il problema vero, ossia che l’amplificazione fa schifo. C’è poi una situazione curiosa: il palco della Cavea è enorme soprattutto in lunghezza, batteria e percussioni sono addossate al fondo; per non disperdere la band, dunque, la cantante è ad una decina abbondante di metri dalla prima fila, una cosa che deve darle un’idea di distacco inusitato, perché continua a tentare di avvicinarsi alla platea, il che, in assenza di casse frontali, non le permette di sentire quello che le accade dietro.

L’irritazione per il suono e per la situazione cresce e ad un certo punto Chan ha un conciliabolo con la band, poi chiarisce che senza un radicale intervento del tecnico del suono, tale Pietro, non si può andare avanti, “sono qui per cucinare, non per darvi un brodino” e lascia il palco. Dopo 15 minuti di nulla, in cui il pubblico non riceve nemmeno uno straccio di informazione su cosa stia succedendo (il sospetto che non sia il caso di andarsene è sostenuto solo dal fatto che alcuni membri della band sono ancora lì), il concerto riprende con un suono più potente e una voce finalmente più piena, roca ma presente, poi Cat Power se la prende col mixer – “quella fottuta merda da non so quanti dollari”. I problemi ricominciano quando ci vogliono 3 minuti ed un cambio di jack ad eliminare feedback e disturbi vari dalla chitarra, il tutto mentre Chan continua a chiedere modifiche al sonoro – più volume, rapporti di amplificazione diversi – fino all’ultimo pezzo, tra l’altro dilatato all’inverosimile per ripicca contro l’organizzazione che le intima di chiudere entro mezzanotte dopo aver causato il ritardo.

Un’approssimazione inaudita. Ma anche con tutti questi pasticci il concerto è stato bellissimo – tutto, compresa la prima parte piena di problemi – e Cat Power bravissima, intensa, vibrante, in certi momenti sembrava di essere sul punto di esplodere per l’intensità delle emozioni (“The greatest” – un crescendo quasi insopportabile – “Silent machine”, “Angelitos negros” – col palco buio e solo un riflettore posteriore potentissimo, mamma che brividi! –, “Metal heart”, “Ruin”). Davvero un peccato.

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