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Adesso Renato Schifani ha deciso che se Berlusconi dovesse venire condannato dalla Cassazione per evasione fiscale nell’udienza che si terrà il prossimo 30 luglio, cadrà il governo. Non che la notizia sorprenda, sono 20 anni che Berlusconi è in politica per evitare di finire in galera e di subire una quantità di condanne che nemmeno Totò Riina e Bernardo Provenzano (che d’altra parte non erano nella posizione di fare pressione alle forze dell’ordine quando le loro prostitute minorenni preferite venivano arrestate): quello che stupisce, si fa per dire, è altro.

Berlusconi è profondamente ed assolutamente convinto che il cosiddetto mandato popolare non accordi ad un uomo politico un incarico di responsabilità istituzionale di fronte alla nazione, controllato e garantito da una serie di tutele e di limitazioni: secondo lui, e secondo i camerieri che si tira dietro, una volta vinte le elezioni il candidato premier viene nominato imperatore. Ha passato anni a lamentarsi che da presidente di Mediaset aveva più poteri che da presidente del Consiglio, ma è un concetto che ancora non ha capito. Eppure gli sarebbe bastato leggersi la Costituzione per sapere che una cosa del genere è intrinsecamente equa.

D’altra parte, per quasi 20 anni Berlusconi ha proposto una dicotomia, di stampo molto americano, tipo “con me o contro di me”, a tutti i livelli, tentando disperatamente di trascinare ogni dettaglio della vita pubblica su un piano in qualche modo politico, ma forse sarebbe meglio dire emotivo, prescindendo da qualunque aspetto tecnico. Quindi se finisce sotto processo per evasione fiscale, corruzione, concussione, abigeato o zinne (cit.), il fatto che lui abbia o meno commesso il reato non c’entra nulla: è tutta una questione di appoggiarlo o combatterlo, con qualunque mezzo, tipo cowboy contro indiani.

Proviamo un attimo ad analizzare, da profani, quello che significa in termini istituzionali il ricatto di Schifani: in sostanza, Schifani vorrebbe che uno dei tre poteri dello stato – quello esecutivo – impedisca ad un altro potere dello stato – quello giudiziario, indipendente da governo e parlamento – di condannare un singolo imputato, in spregio al principio che la legge è uguale per tutti, perché altrimenti cade il governo. In altri termini, che se un potere dello stato – quello giudiziario – condanna un imputato, che di fronte ad esso non è diverso da qualunque altro cittadino italiano, un altro potere dello stato – quello esecutivo – cade e il terzo – quello legislativo – si trova in situazione di impasse.

Una concezione di stato e di divisione dei poteri compatibile forse con quella del Re Sole. E la cosa più grave non è tanto che una singola persona viva in questo miscuglio di ignoranza, arroganza e smania di impunità, e nemmeno che questa persona sia stata per complessivamente 10 anni capo del governo e per quasi 20 l’uomo politico più influente del paese. La cosa più grave è che l’intero dibattito pubblico, quindi di fatto tutto il paese, sia bloccato da mesi, anni, esattamente al ricatto di Schifani.

Nessuno che evidenzi la contraddizione e l’assurdità della concezione che sta dietro il ragionamento che tutta l’Italia sta seguendo, in cui tutta l’Italia, parlamento compreso, è impantanata. Nessuno che sottolinei che una sparata del genere, oltre ad essere istituzionalmente gravissima perché volta a mettere una pressione inaccettabile sulle spalle del collegio giudicante, nasconde una concezione dello Stato compatibile con un feudo medievale, non con una democrazia parlamentare.

Non si può pretendere che lo faccia la gente comune, per lo più digiuna di diritto e di Costituzione, ma è allucinante che non ci pensi nessuno. Ma una volta c’era una classe intellettuale, tra letteratura, stampa, teatro, cinema, diritto, musica e via dicendo. Una volta persone come Andrea Camilleri, Gianrico Carofiglio, Diego De Silva, Antonio Padellaro, Peter Gomez, Concita De Gregorio, Paolo Sorrentino, Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Claudio Abbado, fino a due settimane fa Margherita Hack sarebbero stati l’élite culturale del paese, non degli eversori.

Adesso invece… Già, bella domanda: chi sono i maîtres à penser in Italia oggi?

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