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L’Italia, si sa, è il paese dei ministri indagati, processati, a volte condannati. Periodicamente, mentre il governo se ne sta lì a farsi gli affari propri o, in alternativa, a tentare di farsi quelli della nazione (provare a fare quelli della nazione è escluso), arriva l’avviso di garanzia al ministro di turno, e tutti tuonano che, di fronte a qualsiasi evidenza, la magistratura politicizzata ce l’ha con lui che è un galantuomo e una povera vittima.

Ora, come diceva il buon Paolo Borsellino, un uomo per governare non deve solo essere onesto, deve sembrare onesto. Quindi, nel momento in cui un politico viene a trovarsi coinvolto in situazioni poco limpide, che la magistratura cerca di chiarire, opportunità vorrebbe che si dimettesse. Questo a volte può tradursi in un eccesso di prudenza, come nel caso di Strauss-Kahn che è stato fatto fuori dalla corsa per la presidenza francese cucendogli attorno uno scandalo sessuale con la squallida collaborazione di una cameriera, ma in generale è un principio che si segue più o meno ovunque tranne che in Italia.

Ora, in linea di principio, può essere giustificabile che una persona che sappia con assoluta certezza di non aver commesso alcun illecito e di non aver assunto comportamenti sconvenienti, e che sia in grado di provarlo, oltre a professare la propria innocenza, cerchi di rimanere al proprio posto. D’altra parte, o questo tizio ha fatto qualcosa di illegale o inopportuno, e allora è giusto sperare che non si faccia più vedere, o non lo ha fatto, ed allora è lecito aspettarsi che, dopo aver chiaito tutto, riprenda da dove è stato interrotto.

È qualche giorno che stiamo assistendo ad una storiella pietosa, una figuraccia internazionale di portata imbarazzante, relativa all’estradizione di Alma Shalabayeva, dissidente kazaka ricercata nel suo paese, che è stata espulsa dall’Italia, tra l’altro con modalità quantomeno curiose – 50 uomini della Digos in borghese che l’hanno prelevata in base ad un ordine non si sa bene di chi. La Bonino sbraita che non ne sapeva niente – poco credibile, ma non è questo il punto – e che comunque le espulsioni e la polizia non dipendono nemmeno indirettamente dalla Farnesina – e questo è incontrovertibile. La posizione di Alfano invece un pochino più delicata, per non dire ridicola.

Lui, da bravo politico attaccato alla cadrega, professa la propria estraneità ai fatti e dunque, come nel caso di tanti colleghi centrati da indagini della magistratura, che non si deve dimettere. Tuttavia, in quanto ministro dell’Interno, la polizia tecnicamente dipende da lui: l’estraneità ai fatti non è elemento a discolpa. Anzi. Se l’ordine di prelevare la Shalabayeva da casa sua l’ha dato lui, allora è il mandante di un’azione vergognosa e squalificante per l’Italia, e se ne deve andare; se non ne sapeva niente, significa che qualcuno, chiunque esso sia, gli ha girato intorno, imbastendo un caso vergognoso e squalificante per l’Italia, senza che lui nemmeno se ne accorgesse, e a maggior ragione se ne deve andare.

In pratica, se è stato lui è un delinquente che ha causato una figura di merda sesquipedale, se non è stato lui è un idiota che non sa quello che gli succede attorno. Ce lo teniamo come ministro? E pure come vice-premier?

Fanno poi sorridere (si fa per dire) gli interventi a difesa di Alfano, incentrati sulla variazione del tema che se viene mandato via lui il governo cade. Questo significa che se, ipoteticamente, Alfano evadesse le tasse, andasse con una prostituta minorenne, corrompesse giudici e testimoni e facesse pressioni sulle forze dell’ordine per evitare di finire nei guai, dovrebbe rimanere lì dov’è perché altrimenti il governo cade? Beh, allora per fortuna che c’è il governo delle larghe intese, altrimenti figuriamoci dove saremmo.

Ma poi, il governo è uno strumento o uno scopo? Andare, e rimanere, al governo, è un’assunzione di responsabilità o il fine ultimo dell’attività politica?

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