Tag

, , , , , , , , , , , , , ,

Davide Longo - L'uomo verticaleLa premessa d’obbligo è che il titolo non fa riferimento né al hombre vertical (Hector Cuper) né al concetto di verticalità con qualche doppio senso.

La società italiana è allo sbando. È sospeso tutto, niente lavoro, niente produzione industriale, niente servizi di base, niente telefono, luce solo qualche volta, non ci sono farmaci. Le forze dell’ordine e l’esercito non si vedono, forse tengono sotto controllo le bande criminali che imperversano, forse le bande criminali sono loro. Le frontiere sono chiuse e presidiate dalle forze armate. Impera la barbarie.

Perché? Non si sa. Longo assume che la situazione sia questa e non si mette a raccontare come ci si è arrivati. Il suo non è un libro di fantapolitica che racconti le fasi della distruzione della società italiana, quanto un’analisi delle conseguenze, cosa potrebbe succedere in caso di fine del mondo civilizzato. Lo fa dal punto di vista di un ex docente universitario e scrittore, una persona civile, colta, che finché ci riesce rimane fedele almeno ai suoi concetti di etica e di morale, che comunque in passato non gli hanno impedito di tradire la moglie con una studentessa, perdendo lei e la figlia.

Dal punto di vista editoriale, il libro è molto approssimativo: la prosa è sì fluente e intrigante, ma è inframmezzata da qualche scelta quantomeno singolare, quando non proprio da evidenti refusi, imprecisioni sintattiche ed anche contenutistiche. Una sciatteria nei processi di revisione davvero difficile da capire ed accettare. Inoltre, sotto il titolo dell’edizione tascabile compare il seguente frammento: “Come siamo arrivati a questo? Il male è germogliato in seno o siamo stati vittime di un contagio? E in entrambi i casi, perché i germi hanno trovato un terreno tanto fertile? Non ho da dire in proposito una sola parola illuminante. Non c’ero“. In apparenza una meschina auto-assoluzione. In realtà il discorso di cui è riportato il finale è invece una veemente auto-accusa in cui il protagonista ammette di esser per troppo tempo stato perso dentro la propria testa, a cavillare su aspetti cerebrali e fattivamente superflui dell’esistenza, senza preoccuparsi del mondo attorno a sé. Incomprensibile.

L’opera sostanzialmente si divide in due parti. Nella prima, il professore prende lentamente contatto con la gravità della situazione e col suo deteriorarsi, per poi iniziare a cercare di opporre alcune deboli contromisure, ad esempio sfruttare un salvacondotto per recarsi in Svizzera: personalmente, le ho vissute come pagine crude, claustrofobiche al limite dell’oppressione fisica, in cui non riuscivo a scorgere nulla non solo di incoraggiante, ma nemmeno di flebile speranza; davvero dura andare avanti, ogni volta dopo poche pagine ero costretto a posare il libro e respirare un po’. Tutto sommato, coi riferimenti ai paesi europei nei quali la vita continua tranquilla, uno scenario dello sviluppo della vita nel nostro paese certo catastrofista, ma complessivamente coerente e nemmeno così fantasioso – ed è questo che ho trovato veramente tremendo. Nella seconda, invece, tutto l’orrore piomba in testa alla piccola comitiva composta dal protagonista, sua figlia, il suo fratellastro e un uomo mentalmente fragile (e conseguentemente a chi legge), che si ritrova prima impotente di fronte alla perdita di tutto quello che ha, poi prigioniera di una specie di gang al seguito di un losco figuro che si propone come semi-divinità al suo interno.

Sostanzialmente, la prima parte si potrebbe sintetizzare efficacemente con le parole di Enzo Jannacci:

Si potrebbe poi sperare tutti in un mondo migliore.
Dove ognuno, sì, e’ già pronto a tagliarti una mano
Un bel mondo sol con l’odio ma senza l’amore
E vedere di nascosto l’effetto che fa.”

La seconda invece è interamente riconducibile ad un grido a caratteri cubitali dell’autore: “ce l’ho più grosso di Lansdale”. Esagerazioni su esagerazioni, sovente gratuite, tanto per impressionare. Tra l’altro superflue: Lansdale ce l’ha palesemente più grosso di Longo, lo ha chiarito quasi 30 anni fa.

Comunque, anche coi suoi evidenti difetti, un libro interessante, ma tutt’altro che semplice. E ci vuole un po’ a leggerlo: di divorarlo proprio non se ne parla.

Annunci