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“Rush”, in italiano “Effetto allucinante”,Effetto allucinante è un film del 1991 di Lili Fini Zanuck, noto ai meno, e principalmente per essere il film sulla cui colonna sonora è comparsa per la prima volta “Tears in heaven” di Eric Clapton. In sintesi, racconta dettagliatamente un lavoro di merda: l’infiltrato della narcotici.

Texas, metà degli anni Settanta: Jim Raynor (Jason Patric) è un poliziotto che ha bisogno di un nuovo compagno per riprendere la missione di incastrare il più grosso spacciatore della zona (interpretato da Gregg Allman, avrò difficoltà a guardarlo di nuovo duettare con Dave Matthews sul dvd di Piedmont Park 2007). Il pretesto narrativo è dato dalla sua scelta, su basi razionalmente inconsistenti, della giovane agente Kristen Cates (Jennifer Jason Leigh). Nella prima parte, la nuova arrivata impara come si sopravvive in un mondo del genere, e lo spettatore ha subito un’idea molto precisa del pasticcio in cui si sta andando a cacciare: nessuno nel mondo esterno, polizia inclusa tranne il referente diretto, sa chi sei, in caso di retata è un disastro, il tutto dovendo raccogliere e conservare prove e tutt’altro che saltuariamente calarsi per così dire nella parte. Successivamente, la missione inizia ed è subito molto chiaro cosa significa quest’ultimo aspetto: non solo andare in giro con della roba addosso, ma spesso provarla e farne uso anche in dosi massicce. Magari cercando di rimanere lucidi e di non portarsi troppo lavoro a casa.

Una coppia di poliziotti isolati dal mondo che possono contare solo l’uno sull’altro ci mette davvero poco ad instaurare un rapporto di profonda dipendenza reciproca; nel caso di un uomo ed una donna il coinvolgimento della sfera sentimentale sarà scontato, ma non appare mai forzato. Poi iniziano i problemi: prima un piccolo spacciatore ha dei sospetti e i due non possono che minacciarlo e farlo diventare un informatore. Poi iniziano i crolli. Il primo, ovvio, è di Kristen, che inizia ad assumere qualunque sostanza le capiti tra le mani, venendo poi recuperata dal compagno. Quando però il tonfo tocca all’agente esperto è molto più rumoroso, problematico e devastante.

Erano anni che non vedevo un film hollywoodiano di questo livello. Di solito laggiù quando hanno un budget non lo sprecano per inezie come la storia e la sceneggiatura, quanto per i fuochi artificiali, letteralmente (effetti speciali, computer grafica) e non (location, costumi, cast). L’esperienza di visione del film va molto oltre la semplice lettura del plot: regia, musica, fotografia, sceneggiatura portano lo spettatore in una cittadina del Texas, facendogliela vedere in un modo intelligente e diverso dal solito, in un modo che i film mainstream non sono capaci di trattare davvero, e soprattutto facendogliela vivere, quasi respirare. Contemporaneamente il film è essenziale, non c’è nulla di inutile, nessun orpello, nessuna sottotrama superflua. Poco meno di due ore molto, molto piene. Non escludo che questo abbia a che fare col fatto che la regia sia di una donna.

La recitazione è superba alla faccia dei grandi nomi: il film l’ho visto in lingua originale, quindi stavolta niente filippica su come è stato doppiato. Jason Patric si sente molto figo e scimmiotta un po’ Mel Gibson (vogliamo dire il primo “Arma letale”? “Due nel mirino”?), ma se la cava benissimo in un ruolo molto più intenso; Jennifer Jason Leigh è perfetta nel suo elemento – la donna sbandata, con il germe dell’autodistruzione sempre pronto a reclamare attenzione – ed è genuina, lasciva e perversa: più sprofondava negli abissi, più volevo trovare un posto dove sbatterla, o speravo che lo trovasse Patric – quando si dice l’immedesimazione. Gli altri fanno contorno, tranne forse l’informatore obtorto collo, Max Perlich, davvero non male.

Ce l’avevo da una vita: peccato non averlo visto prima.

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