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Julie Otsuka - Venivamo tutte per mareJulie Otsuka è una scrittrice californiana di origini giapponesi. In Italia il suo romanzo d’esordio, “When the emperor was divine” del 2003, è stato completamente ignorato. La sua seconda opera, “Buddha in the attic”, è stata pubblicata pochi mesi dopo la prima edizione americana, nel 2012 col titolo di “Venivamo tutte per mare”.

Si tratta di un libro sul quale la Otsuka ha detto di aver lavorato per anni, e narra la storia di centinaia, migliaia di donne giapponesi che si imbarcarono, all’inizio del secolo scorso, per raggiungere i loro promessi sposi immigrati in California, con i quali avevano combinato il matrimonio a distanza, ricevendo fotografie e resoconti della situazione lavorativa ed economica – il termine inglese per descriverle era picture brides.

All’epoca, ovviamente, il matrimonio combinato era una prassi a dir poco diffusa. Tuttavia, quando avveniva tra famiglie territorialmente contigue, era sempre possibile verificare la validità dell’investimento. Da migliaia di chilometri di distanza, l’unica alternativa era la fiducia. Una fiducia che definire sovente tradita è una sottovalutazione spaventosa.

Qualcuno ricorda “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”? Ecco, il concetto non è dissimile. Solo che il film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale è in primo luogo una farsa; inoltre è basato su una mutua truffa, perché da un lato Sordi si finge benestante quando non lo è, ma dall’altro la Cardinale omette di menzionare di essere una prostituta. In questo libro, invece, la truffa è unidirezionale: gli immigrati giapponesi millantano posizioni sociali discrete se non elevate, un buon inserimento nel sogno americano, benessere, finanche ricchezza, inviano addirittura foto fasulle, mentre le giovani donne partono armate delle migliori referenze ed intenzioni. E di commedia non c’è veramente niente.

“Venivamo tutte per mare” non è un romanzo: è un grido di dolore collettivo. È interamente scritto alla prima persona plurale, in brevissime pennellate – è suddiviso in una sorta di paragrafi che vanno dalle poche righe alle due pagine circa – che tratteggiano singole situazioni, dal viaggio pieno di speranza all’arrivo in massa, dalla scoperta di come stanno davvero le cose alla violenza, alla riduzione in schiavitù ed al difficile rapporto con gli americani. Lo stile è ingenuo e addirittura leggero, e diciamocelo: l’unico modo per raccontare certi orrori è ammantarli di una veste ripulita e gradevole, altrimenti nnessuno andrebbe oltre le prime pagine.

E, si noti, questo non vuol dire rimanere sulla superficie, omettere i dettagli più sordidi o mantenersi su un piano patinato e metaforico. Anzi: la crudezza delle immagini, del racconto, è sconcertante. Non ci sono filtri né aspetti preparatori, i fatti vengono presentati quasi in un terribile elenco, sempre più verso il fondo, sempre più tremendi. Il rischio è quello di prenderli poco sul serio, vista la totale assenza di costrutti narrativi e di inserimento in una storia che li faccia percepire come vissuti. Ma è un rischio davvero minimo, se si affronta la lettura con la giusta consapevolezza: e, anzi, la mancanza totale di elementi di pura fantasia impedisce di poter classificare qualsivoglia dettaglio come finzione scenica, semplicemente perché la finzione scenica non c’è. Praticamente, una sequenza di cazzotti in faccia, sempre più forti e sempre più senza uscita.

Il libro è breve, circa 140 pagine. Evidentemente il ritmo non è quello di un giallo, ma la lettura non è pesante: si lascia leggere, e, per quanto sia fisicamente impossibile divorarlo senza prendersi qualche pausa, non costringe a metterlo da parte ogni poche pagine. Quello che lascia, invece, lo fa ricordare come un libro voluminoso, alla fine sembra di aver letto di più: l’intensità è davvero abbagliante.

Capolavoro soprattutto in prospettiva di storia e consapevolezza. Consigliato a chi se la sente.

Una curiosità: il romanzo d’esordio di Julie Otsuka è stato recentemente pubblicato in Italia col titolo “Quando l’imperatore era un dio”, e racconta la vicenda di una famiglia di immigrati giapponesi in America internata in un campo di lavoro dopo il bombardamento di Pearl Harbour. In questo modo, sembra addirittura che i due libri siano in ordine sequenziale. Non è così, ma non saranno molti gli italiani che se ne accorgeranno.

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