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London Grammar - If you waitTalvolta, su siti che propongono musica indipendente ad un pubblico di frequentatori per lo più di nicchia, succede qualcosa di apparentemente singolare: i curatori cominciano a reclamizzare con mesi d’anticipo l’uscita dell’album di debutto di una nuova band o di un artista singolo mai incontrato prima.

Ora, chiunque sia anche vagamente a conoscenza delle leggi del marketing sa che questa prassi è perfettamente normale: se si vuole lanciare qualcosa – dal’iphone ad un film – e fargli avere successo è necessario che il consumatore target lo conosca e lo dia per scontato già prima dell’uscita. In questo modo il pubblico, che notoriamente è per lo più composto da incompetenti che non hanno i mezzi tecnici, la voglia ed il tempo per questionare tutti gli output esterni, non si fa troppe domande sul prodotto e lo accetta come standard, quando proprio non corre a comprarlo – diciamo che si adegua.

Per dire, Berlusconi su questo meccanismo ci ha costruito 20 anni di frodi elettorali, e la gente ci casca ancora – anzi, è proprio il fatto che sia dichiaratamente una truffa che lo alimenta.

L’intoppo sta nel fatto che Berlusconi, Twilight e Lady Gaga sono prodotti di larghissima diffusione. Un’etichetta o un negozio di musica indipendente no: si rivolgono a delle persone che dovrebbero essere per definizione più attente. Al di là del fatto che questo non è completamente vero perché è dalla fine degli anni ottanta che la parola “indie” è diventata un brand – con tutti i conseguenti assembramenti di arraffoni, cialtroni e lobotomizzati che si credono alternativi – c’è da dire che, visti gli spazi limitati all’interno dei quali si muovono alcuni operatori, a volte semplicemente chi produce, distribuisce o vende certa musica sa che ciò che sta per essere lanciato vale, e, cosa più determinante, che è molto probabile che il suo pubblico lo apprezzi.

La prima volta che ho sentito parlare dei London Grammar è stato su recordstore.co.uk, a giugno: l’uscita del loro primo album, “If you wait”, era prevista per il 9 settembre. In due mesi, sulla base delle anticipazioni e di quello che era possibile ascoltare su youtube, si era creata una tale aspettativa che ad agosto finti archivi suppostamente contenenti il disco in anteprima venivano usati per fare fishing.

Poi il 9 settembre è arrivato, l’album è uscito ed è stato finalmente possibile ascoltarlo. Ora, io non so se faccio parte della schiera di lobotomizzati raggirati dalle tecniche di marketing, ma cazzo che disco!

11 brani, 43 minuti di sogno. No, non da sogno, proprio di sogno – onirici ed eterei. Un pop cupo, scuro e sofisticato, magnifico, malinconico e dolce. Bellissimo. Una voce, quella di Hannah Reid, talmente bella da essere incredibile: incredibile l’elasticità, l’intensità, la passione vibrante, incredibile che non abbia alle spalle decine di lavori e che la sappia usare così bene – e non per ostentare e andare a caccia dell’applauso, ma per paralizzare chi la ascolta, raggelarlo con la sua tristezza ed accompagnarlo con la sua tenerezza. Il timbro sembra quello di una che canta al rallentatore, l’estensione e la duttilità sono pazzesche, da un tono disinvolto quasi da parlato, basso, ma netto e stentoreo, ad una potenza ferma, volitiva eppure malinconica, disperante, su toni alti senza mai essere lamentosa o miagolante. Nessun arazzo, nessun orpello, una purezza semplice e profonda, che arriva e devasta.

Pezzi per lo più lenti, tristi, ma mai claustrofobici. Anche i meno brillanti non sfruttano mai schemi triti da ballata, e se il darkwave ed il gothic non vengono mai nemmeno sfiorati, è difficile non averli come una sorta di sovrappensiero. Ma non è lì che il disco tende: non verso una malinconia di fondo, carezzevole e sfuggente, quanto verso una lotta, un’affermazione di sé, una sorta di glorificazione matura e risoluta che va molto al di là di qualunque strascico di rabbia o rancore.

Che bel disco! No, davvero: che bello!

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