Tag

, , , , , , , , , ,

Adesso Giorgio Napolitano, dopo due anni da presidente della Camera, due anni da ministro degli Interni e (primo nella storia della Repubblica Italiana) più di sette anni da inquilino del Quirinale, ha scoperto che le patrie galere sono sovraffollate e che le condizioni dei detenuti inumane. Evidentemente non ha mai prestato attenzione alle reprimende dell’Unione Europea, secondo la quale l’Italia è inadempiente abituale in materia, né agli allarmi di servizi sociali ed associazioni umanitarie. Tuttavia oggi, quando Berlusconi sta per essere prelevato e portato agli attesti domiciliari per scontare una pena oltretutto già in parte indultata per frode fiscale, sorge l’emergenza.

E come la risolviamo? Svuotando le prigioni per decreto. Eliminare le cause strutturali del sovraffollamento? Suvvia, non scherziamo: in Italia c’è un’emergenza.

Un indulto fu già fatto dal governo Prodi, o più precisamente dal ministro Mastella, nel 2006: un successone, se 7 anni dopo siamo da capo. Un successone, a maggior ragione, se si osserva quanto ci hanno messo le carceri a tornare in stato di sovraffollamento.

Evidentemente, suggerimenti come riaprire le carceri di Pianosa e dell’Asinara (chiuse quando il ministro degli Interni si chiamava Napolitano, dev’essere un omonimo) per riportarci i mafiosi e liberare posti nelle altre prigioni del regno di Giorgio Primo, o magari trasformare temporaneamente in centri di detenzione le caserme inutilizzate da quando la leva non è più obbligatoria, sono inefficaci o inattuabili, perché in Italia ci sono troppi detenuti. Il che è singolare, per almeno due ragioni: la prima, pratica, è che in Italia ci sono meno detenuti per 100.000 abitanti che nel Regno Unito, paese che non ha 4 regioni in mano alla criminalità organizzata; la seconda, più concettuale, è che è quantomeno curioso parlare di troppi detenuti, quando un detenuto è tale a seguito di sentenza passata in giudicato o di misura di carcerazione preventiva stabilita a norma di legge. Quindi, casomai, in Italia vengono commessi troppi crimini, o magari il sistema legislativo prevede il carcere per troppi reati. Il tutto nel paese con la giustizia più lenta al mondo, in cui buona parte dei processi che arrivano a sentenza definitiva riguardano pene indultate o fatti già prescritti, ed in cui esistono sospensione condizionale, arresti domiciliari ed affidamento ai servizi sociali – che, qualcuno oltre Marco Travaglio dovrebbe ricordarlo, non sono i lavori socialmente utili come negli Stati Uniti.

Ecco, forse in Italia ci sono troppi reati che prevedono pene detentive. Qualcuno mi dovrà ricordare chi ha controfirmato, probabilmente senza nemmeno dar loro una scorsa, leggi come la Fini-Giovanardi, che interveniva sulla quantificazione della modica quantità di sostanze stupefacenti mettendo in pericolo di carcerazione un tizio che si fa un paio di canne, la ex-Cirielli, che dimezzava quasi tutti i tempi di prescrizione ma, per far vedere che perseguiva i criminali, moltiplicava gli anni di carcere per i recidivi, e la Bossi-Fini, che introduceva il ridicolo ed inutile reato di clandestinità, che prevede come pena una sanzione pecuniaria (ovviamente previo processo penale, e come la mettiamo col pericolo di fuga?), che nessuno è in grado di riscuotere perché di solito i clandestini non hanno una lira. Mi pare che il presidente della Repubblica che ha avallato almeno parte di queste leggi si chiamasse Giorgio Napolitano: anche in questo caso deve trattarsi di un omonimo.

Però Giorgio Primo, di fronte al legittimo sospetto che un’uscita del genere sia stata quantomeno poco tempestiva a pochi giorni dall’interdizione dai pubblici uffici di Silvio Berlusconi (e che ci siano diverse decine di statisti di altissimo livello che potrebbero approfittare di una misura di clemenza), ha pensato bene di attaccare frontalmente chi l’ha espresso – l’unico partito, tra l’altro, di vera opposizione al governo di fatto ideato e creato dal medesimo re Giorgio. Un partito che, contrariamente a re Giorgio, aveva presentato ad inizio agosto un disegno di legge per la riforma del sistema carcerario, biecamente ignorato da un parlamento che oramai emana provvedimenti solamente su iniziativa del governo. Disegno di legge che magari è sbagliato ed inattuabile, ma che è comunque qualcosa di più e di meglio di un presidente della Repubblica che in crisi di panico suggerisce l’intervento con misure temporanee già in passato rivelatesi inefficaci.

Infine, una domanda. In risposta alle preoccupazioni del M5S, a cui in verità si sono accodati in tanti, è comparsa una profusione di articoli ed articolesse, esperti ed espertesse che rassicurano: non preoccupatevi, nella storia d’Italia non è mai stato promulgato un provvedimento di clemenza che includesse i reati finanziari. Al di là del fatto che non si capisce come questo dovrebbe lasciarmi tranquillo (non era mai successo nemmeno che il capo di un partito di governo venisse condannato per frode fiscale, dopotutto), quello che mi chiedo è: allora perché Berlusconi, grazie all’indulto del 2006, non deve scontare tre dei quattro anni a cui è stato condannato?

Annunci