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Per la seconda volta nella mia vita mi ritrovo un premio Nobel per la letteratura di cui ho letto qualcosa prima che venisse premiato. Tre anni fa toccò a Mario Vargas Llosa, oggi ad Alice Munro.

Il mio flusso di pensieri è molto diverso da allora. Lo scrittore peruviano è forse in assoluto uno dei miei autori preferiti, ho letto diversi libri ed anche a quelli che ho amato meno riconosco una profondità ed una statura nell’indagare l’animo umano, la sua complessità ed i suoi tormenti, le sue lotte interiori ed esteriori, il suo combattimento per emergere ed imporsi, per raggiungere i suoi obiettivi e convivere con un mondo esterno che è destinato a non capirli e non accettarli, che davvero ha pochi eguali. Figuriamoci quelli che mi sono piaciuti.

Di Alice Munro ho invece letto due libri, “In fuga” e “Amico, nemico, amante”: due raccolte di racconti. Il primo molto bello, poetico, elevato, e caratterizzato da una certa longitudinalità, con alcune delle elegantissime pennellate legate tra loro e le altre che facevano da trait d’union emotivo, veramente bello; il secondo, più terreno e brutale, non mi è piaciuto, a qualche anno di distanza fatico a ricordare di cosa trattasse, ma ricordo una vaga sensazione di disagio. Poi mi sono fermato, sia perché quest’ultima lettura mi ha scoraggiato, sia perché, anche trovandola un’autrice comunque interessante, io non amo troppo la forma del racconto, a maggior ragione se si parla di raccolte, perché trovo che il racconto che inizia e finisce mentre il libro va avanti sia qualcosa di monco. Il che è strano, perché lo stesso si potrebbe dire delle canzoni che formano un disco, ma in questo caso non solo non ho problemi, ma mi stanno benissimo. Nondimeno, è così.

Forse varrebbe anche la pena di approfondirlo questo aspetto, ma non qui e non ora. Qui ed ora stiamo parlando di altro.

La scrittrice canadese è stata premiata per essere una superlativa esponente della forma del racconto contemporaneo. Il che è come premiare un fisico perché è un grandissimo studioso teorico, o un medico perché è un cardiochirurgo strepitoso: oggettivo e tuttavia inconcludente. Il Nobel non dovrebbe premiare il più bravo al mondo nel suo lavoro, ma chi, anche tra mille difetti, ha costruito qualcosa, aperto porte, spalancato finestre, inaugurato filoni di riflessione, studio e produzione, portato alla sua massima espressione idee, pensieri, ricerche, in ultima analisi chi ha fatto fare un salto in avanti all’umanità. E questo capita raramente a chi è “semplicemente” il più bravo al mondo nel suo lavoro – a maggior ragione nella letteratura, dove è difficile, oltre un certo livello, sostenere che un autore è indiscutibilmente migliore di un altro senza ricorrere ad opinioni e gusti personali.

Se vogliamo parlare del fatto che la Munro è una scrittrice di racconti eccezionale, non c’è possibilità di dubbio. Dal mio punto di vista, questo la rende troppo unidimensionale e ne limita le potenzialità espressive e narrative, ma, ripeto, questo è un mio problema. Se però vogliamo parlare di premiare qualcuno con quello che è considerato il più elevato riconoscimento letterario al mondo, pur non avendo argomenti solidi per confutare l’assegnazione… Ecco, forse il punto è proprio questo: è un premio non contestabile. Il che può andare bene nella fisica, nella chimica, ad esempio già molto meno nell’economia. Nella letteratura è ai limiti dell’accettabile.

Ripeto: di fatto nulla da eccepire. Diciamo però che l’Accademia di Svezia stavolta forse ha solo svolto il compitino.

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