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Inherit the windIl titolo originale è una citazione del libro dei Proverbi (11:29), “chi getta lo scompiglio in casa sua erediterà vento” (in inglese, “he that troubleth his own house shall inherit the wind”); la traduzione italiana al confronto è indegna e, quantunque il tentativo sia quello di dare un’idea generale della trama del film, i risultati sono modesti.

Non avevo nemmeno mai sentito parlare di questo film di Stanley Kramer del 1960, con Spencer Tracy (magnifico!) e Gene Kelly (in un ruolo strepitoso), finché non l’ho visto citato su una tavola particolarmente azzeccata del buon Makkox. A quel punto, forte del mio interesse per i classici del periodo, ho deciso di provare a guardarlo.

Eccezionale! Superbo! Incredibile!

Ho già avuto modo di parlare di un’opera che affronta il tema dello scontro tra scienza e religione, con un approccio che tenta di mettere in risalto come una supina accettazione dei dogmi della fede anche in ambiti prettamente scientifici rischi di sprofondare l’umanità in un regresso buio ed inquietante: si trattava del romanzo “Strane creature” di Tracy Chevalier. Lì l’argomento era affrontato calandosi direttamente nella prima realtà che ha dovuto fronteggiare questa dicotomia, quella del XIX secolo, con un popolo ignorante e privo di accesso all’erudizione.

In questo film siamo circa ad un secolo dopo: le teorie di Darwin sono state scritte e pubblicate da tempo e sono più o meno accettate in buona parte del mondo occidentale. Un professore di liceo in una piccola località del sud degli Stati Uniti, che cerca di insegnarle ai suoi studenti in contravvenzione ad una legge locale oscurantista, viene arrestato e processato. Il caso esplode a livello nazionale e due grosse personalità, un ex candidato alla presidenza del paese, bigotto e conservatore, ed un avvocato progressista finiscono per scontrarsi nel piccolo foro della cittadina. Come facilmente intuibile, la difesa tenta di far salire sul banco degli imputati la scienza ed il libero arbitrio e l’accusa cerca di impedirlo, mentre contemporaneamente cavalca l’integralismo cristiano della comunità.

Il film, visto oggi, 53 anni dopo la sua pubblicazione originaria, anni durante i quali sono intercorsi il 1968 e le battaglie per i diritti civili, fa spavento. Non è molto difficile immaginare una situazione del genere oggi in Arkansas, e probabilmente non solo. Il modo in cui gli integralisti religiosi trattano gli “eretici”, l’odio, la sete di vendetta, l’incapacità di accettare chi la pensa in modo diverso e, cosa ancora più grave, l’incapacità di perdonare cristianamente quello che vedono come un errore – compreso lo sconcertante pastore che maledice la figlia perché gli si oppone – raffigurano perfettamente una realtà, anche odierna, allucinante. Per quello che riguarda gli aspetti di merito, le argomentazioni dei contendenti sono proprio quelle che si usano oggi, libero arbitrio e progresso tecnologico contro dogmi cristiani e creazionismo. E le argomentazioni con cui Spencer Tracy alla fine affronta le chiusure mentali di chi vede nel pensiero indipendente un nemico da abbattere sono tuttora validissime – ma cerchiamo di evitare spoiler.

Come molti film dell’epoca, “Inherit the wind” è un po’ lento, ingenuo e teatrale, mentre la recitazione è rigida ed impostata. La raffigurazione del processo è approssimativa e solamente funzionale all’esposizione dei due punti di vista, con relativi sermoni e scontri dialettici; nessun aspetto procedurale è approfondito, e per una generazione abituata a “Ally McBeal”, “Boston legal” e “The good wife” questo può rappresentare un limite. Facciamo però finta di essere persone intelligenti, o almeno che sanno cosa sia la finzione scenica: la pellicola è pregevole e sconfortantemente attuale. Inoltre, come molti film dell’epoca, ha una sceneggiatura di livello altissimo, che va da un’impressionante capacità di costruire dialoghi e piccoli monologhi che trattano approfonditamente ed intelligentemente le tematiche trattate ad un gusto strepitoso per le singole battute, per le chiose da citazione – tutt’altro che frasi di puro impatto, ma dall’effetto garantito – e per una dialettica magari un po’ teatrale, ma godibile e frizzante.

Assolutamente da vedere.

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