Tag

, , , , , , , , ,

Joanne K. Rowling - Il seggio vacanteEcco una persona con un bel problema: dopo esser diventata più ricca della regina d’Inghilterra con la saga di Harry Potter, sette libri (più ammennicoli) in una decina d’anni, che fare? Cosa scrivere? Come? Iniziare una nuova saga? Ma l’ispirazione c’è ancora, o meglio passare ai semplici romanzi? Insistere sulle favole o passare ad altro?

È vero anche che dubbi di questo tipo vorrei averli io – soprattutto da dentro il mio castello scozzese. Ma evidentemente Joanne Kathleen Rowling li ha presi sul serio, al punto che, l’estate scorsa, è assurta alle cronache dopo aver dichiarato che “The Cuckoo’s Calling”, un poliziesco pubblicato col nome di Robert Galbraith che stava vendendo un’infinità di copie in Gran Bretagna, l’ha scritto lei. Prima di questo test di abilità, tuttavia, JKR si è cimentata nella stesura di “Il seggio vacante”: un libro a tutti gli effetti sontuoso.

Ora, è vero che l’eventualità che la Rowling confermi la propria abilità e rimanga una top seller conviene a tutti, in primis ai suoi editori, che le avranno dunque messo a disposizione una pletora di collaboratori per tirarla fuori da eventuali difficoltà, ma l’opera è davvero sorprendente. E, dopo aver letto “Harry Potter e l’ordine della fenice”, “sorprendente” è un vocabolo che utilizzo con molta cautela nei suoi confronti.

Siamo in una contea inglese, in una cittadina con un proprio consiglio locale, ma che dipende amministrativamente da un capoluogo più grande, all’interno della quale ci si scanna – quasi letteralmente – su una questione politicamente spinosa: mantenere la responsabilità su un quartiere popolare che ospita gente ai margini della società – soprattutto tossici – provenienti dal tutta la regione, o scaricare il barile al capoluogo, con il potenziale effetto di lasciare campo libero alla speculazione edilizia. C’è chi ritiene che sia giusto farsi carico di chi non è in grado di provvedere a sé stesso, e soprattutto di chi da queste persone dipende (figli, fratelli), chi ritiene che non è corretto da parte delle autorità locali mollare il problema di un’intera regione su un piccolo centro e vorrebbe ripassare la patata bollente al mittente.

Il principale sostenitore di una delle due fazioni muore improvvisamente, di morte naturale, dal che si scatena una faida che ha come fine la vittoria nelle elezioni per rimpiazzarlo nel consiglio cittadino. E questo è il pretesto del romanzo. Lo svolgimento è la narrazione di una società meschina, gretta e provinciale, in cui interagiscono personaggi diversissimi: idealisti che si trasformano in ricattatori per perorare i loro progetti, edonisti compiaciuti che si vedono come grandi pilastri di un’inesistente solida comunità, tossicodipendenti che sacrificano sull’altare dell’eroina qualunque cosa capiti a tiro, compresa la figlia adolescente, mariti violenti, mogli sottomesse, ragazzi ossessionati da sesso e droga (il rock n’ roll, si sa, è morto da tempo), ragazze poco integrate che cercano rifugio nel dolore ma stanno molto attente quando il supplente di informatica si fa sfuggire un accenno alle SQL injections. In breve, un buon campionario di quello che si può trovare nella provincia inglese – e, diciamocelo, non solo.

Il libro vive sulle contrapposizioni, tante e molto diverse tra loro, in un modo insolito: non c’è un io narrante, ogni capitolo è raccontato da un punto di vista, e ogni volta, quale che sia la posizione presentata, il lettore si convince che non sta in piedi, che i personaggi che la difendono o la perpetuano hanno torto, o sono troppo meschini, gretti, biechi per essere appoggiati. Salvo rare eccezioni, non c’è la ragione, non c’è il bene: ci sono solo un mucchio di stronzi alla ricerca di affermazione personale che talvolta, e solo per caso, difendono un concetto condivisibile o si pongono un obiettivo di medio periodo accettabile. Singolare, ma questo non rallenta la lettura per schifo o mancanza di immedesimazione.

Lo stile di scrittura è quello della Rowling, che detto per inciso è british fino al midollo: le cose serie si dicono ridendo. Ironia e sarcasmo si alternano alla brutalità ed al realismo, quando non li completano o non li spiattellano per quello che sono davvero – squallore ed avidità. Il tutto fino ad un finale sontuoso, magnifico e dilaniante nella sua dimensione tragica, grottesca e terribilmente, profondamente umana. 92 minuti di standing ovation.

Mamma, che libro!

Un appunto sull’esperienza di lettura: per le prime 150 pagine, quando uno studente si fa una canna o manda a quel paese un professore, o in generale ogni volta che ci si scontra con un linguaggio duro e con tematiche scabrose, è difficile non fermarsi e non chiedersi sconcertati cosa c’entri tutto ciò con Harry Potter. Curioso.

Annunci