Tag

, , , , , , , , , ,

Ferve in questi giorni il dibattito sull’introduzione della Web Tax, talvolta chiamata Google Tax e nella versione più recente Spot Tax. Non è vero, il dibattito non ferve sul serio, però ogni tanto qualcuno si esprime. Per lo più esponenti del PD che, essendo il partito che l’ha proposta, sono solitamente favorevoli, qualche utente occasionale che non capisce come mai uno che gli vende una cover per il cellulare su eBay dovrebbe avere la partita IVA italiana e qualche cosiddetto opinionista che motiva la sua contrarietà.

Partiamo dalle basi: la Web Tax vincolerebbe qualunque soggetto estero che intenda commerciare con soggetti italiani, siano essi privati cittadini, aziende o istituzioni, ad avere la partita IVA italiana per pagare le tasse sui guadagni che realizza sul territorio italiano. Lasciamo perdere il fatto che un utente che vende un CD tramite eBay, che potrebbe essere uno che ha un doppione e intende liberarsene, non si vede proprio come potrebbe avere una partita IVA italiana: questo rientra nell’inapplicabilità della legge, un aspetto caratteristico delle brillanti invenzioni della burocrazia italica, ma non ha molto a che vedere con le questioni di principio.

Faccio sommessamente presente che l’Italia fa parte di un’unione monetaria in cui i singoli paesi hanno sovranità nazionale limitata a seguito di una serie di accordi che garantiscono la libera circolazione delle merci e delle persone: che un paese decida unilateralmente di limitare detta libera circolazione è evidentemente contrario ai suoi principi fondanti. Inoltre, una volta stabilito un precedente del genere, cosa impedirebbe ad altri paesi di introdurre un provvedimento analogo? A quel punto sarebbero anche i profitti delle aziende italiane ad andare in tasse presso paesi esteri: io capisco che alle istituzioni che governano lo stato italiano importa solo delle proprie casse e non della vita dei cittadini, ma qua stiamo andando molto oltre. Infine, verrebbe a crearsi una situazione in cui il consumatore italiano paga l’IVA due volte, una allo stato italiano, l’altra allo stato di provenienza del bene o servizio acquistato.

Sempre che nello stato di provenienza l’IVA si paghi. Che, qualcuno potrebbe obiettare, non deve essere un problema dello stato italiano. Qui tuttavia la questione è discutibile, molto discutibile: abbiamo la BCE che ficca il naso nelle nostre politiche fiscali senza attuare politiche monetarie volte a sostenerle ed abbiamo la Germania che si comporta come l’imperatore di un intero continente, pretendendo che gli altri paesi rispettino condizioni che la favoriscono senza fare nulla per garantire loro che questo non si ritorca loro contro. Il tutto perché apparteniamo alla UE, che si fonda su ferrei principi (talvolta dogmatici fino al ridicolo) di concorrenza.

Ora, qualcuno dovrà prima o poi rendersi conto che la tassazione fa parte dei costi che chi si immette sul mercato deve sostenere, quindi avere sede in un paese che adotta un regime fiscale agevolato permette di competere a prezzi più bassi di chi ha sede in paesi con una tassazione molto pesante. Questo vale per qualunque tassa, dalle accise sul carburante che aumentano i costi di trasporto, all’IVA che influisce sul prezzo finale, al carico fiscale imposto da IRPEF e affini. Ed il fatto che all’interno di una struttura come la UE possano esserci dei paradisi fiscali è un aspetto ai confini del grottesco. Di fatto, se l’Italia sfora il 3% di deficit di bilancio o se adotta politiche di spesa per aiutare aziende in difficoltà, arrivano Draghi e la Merkel incazzati come cobra perché l’Italia droga il mercato. Se il Lussemburgo è un paradiso fiscale e diventa un polo di attrazione per qualunque azienda agisca a livello multinazionale e possa permettersi di spostare la sede centrale dove crede per pagare meno tasse e combattere le concorrenti col dumping, va tutto benissimo. Qualcuno si porrà il problema prima o poi?

L’aspetto avvilente di tutto ciò è che il PD si comporta come il privato che si accorge all’improvviso di essere meno ricco del collega lussemburghese perché il collega lussemburghese non paga le tasse. E, invece di cercare di risolvere la questione nelle sedi competenti sollevandla presso l’Unione Europea, stabilisce che il collega lussemburghese, se lo stato lussemburghese le sue tasse proprio non le vuole, deve pagare la differenza in Italia. Un’idea di un livello superiore di assurdità, che detto per inciso a casa mia si chiama sopruso.

Non sarebbe male se ogni tanto a livello politico ci fosse qualcuno che le questioni se le studia prima, invece di svegliarsi la mattina accorgendosi che c’è qualcosa che non va e cercare di risolvere il problema con la prima idea che gli viene in mente. Ma forse pretendo troppo.

Annunci