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Il PD ha fatto le primarie e ha cambiato segretario. Adesso dunque tocca a Matteo Renzi, uno che, pare, è molto bravo a comunicare e ad accattivarsi le simpatie della gente. Il che è un grosso passo avanti rispetto a chi ha portato il cosiddetto centro-sinistra all’ultima disfatta elettorale. Il tizio che aveva vinto le primarie precedenti, da chi aveva seguito distrattamente la campagna elettorale, viene infatti ricordato come quello che voleva smacchiare il giaguaro, mentre Berlusconi voleva restituire l’IMU e Monti abbassare le tasse dopo aver passato un anno ad aumentarle. Per chi aveva seguito con un minimo di attenzione, invece, Bersani è quello che non sapeva proporre una ricetta economica per uscire dalla crisi, quindi si attaccava al fumoso “l’agenda Monti più qualcosa”, ricette di liberismo estremo a cui si proponeva di aggiungere non si capiva bene cosa.

Se non altro con Renzi ci dovremmo risparmiare assurdità come la storia del giaguaro, in modo che chi se ne frega e vota per la frase più accattivante non escluda il PD per i deliri lisergici del suo segretario. Per quello che riguarda il resto, invece, ancora non ho capito: il sindaco di Firenze è poco propenso ad esternare opinioni nette e dettagliate. Uno si augura che non voglia sbilanciarsi troppo per evitare di risultare impopolare dovendo gioco forza assumerne alcune di poco condivisibili, ma il timore è che non ce le abbia. Che poi, su aspetti strettamente tecnici, non è nemmeno così grave: un leader, nella politica moderna, è un trascinatore che deve vendere efficacemente un’idea anche vaga di quello che vorrebbe fare, non essere materialmente quello che lo fa – per quello ci sono una segreteria ed una squadra di governo.

Per questo mi propongo di farmi un’opinione su di lui punto per punto.

Nei giorni scorsi, per esempio, Renzi ha detto la sua sul mercato del lavoro. Inizialmente in modo confuso, per poi giungere ad una proposta tutto sommato molto semplice: contratto unico, con i primi tre anni di fatto a tutela limitata, come la mancata applicazione l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Come abbiamo già detto in passato, da questo punto di vista il problema in Italia sono i costi di aziende e pubbliche amministrazioni causati da contratti di lavoro blindati per gente che non è più produttiva da anni, unitamente al ricorso smodato a contratti atipici in modi non previsti dalla legge e con stipendi ridicoli. Ad un’analisi superficiale, potrebbe sembrare che costringere chi assume a farlo tramite contratto a tempo indeterminato col contraltare di una riduzione iniziale delle barriere al licenziamento sia una possibile soluzione. Guardiamo cosa succede a livello più dettagliato.

Se io devo prestare un servizio per un tempo esplicitamente limitato ad un’azienda, con la proposta Renzi ho due strade: la partita IVA o l’assunzione sapendo che verrò dimesso alla consegna del lavoro. Non credo di dover essere io ad opinare che questa seconda soluzione è abbastanza ridicola, soprattutto se ci aggiungiamo una riflessione su quello che succederebbe qualora il progetto dovesse protrarsi per un periodo di tempo superiore a quello della tutela limitata, che il promotore vorrebbe pari a 3 anni. In quel caso che fa? Rimane lì? A fare cosa?

Per quello che riguarda la mancata applicazione dell’articolo 18, in Italia si confonde per superficialità la flessibilità con l’ammorbidimento della protezione. Se si vuole fare in modo che un assenteista, un fannullone o un cialtrone possano essere licenziati, o che magari un’azienda possa ridurre l’organico per gravi ragioni contingenti, in modo da essere protetta al momento dell’assunzione affinché un eventuale lavoratore che risulta inutile o dannoso possa essere allontanato senza passare per un incubo burocratico con probabili strascichi, la risposta non è sopprimere la tutela dal licenziamento senza giusta causa, ma riformare il concetto di giusta causa. E chi sostiene che una tutela del genere esiste solo in Italia omette dolosamente di ricordare come in altri paesi in caso di licenziamento immotivato si va in causa civile e il rischio per l’azienda è di dover pagare un risarcimento esemplare. Nel mondo non ci sarà l’articolo 18, ma ci sono leggi civili ed un sistema giudiziario in grado di imporre la loro applicazione.

Ne consegue che Matteo Renzi è l’ennesimo trombone che non ha capito come la soppressione del divieto di licenziamento per giusta causa, in Italia e col sistema giudiziario italiano, non comporterebbe un mercato del lavoro più flessibile e funzionale, quanto l’avallo del licenziamento arbitrario. Che dire? Avanti un altro.

 

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