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In queste ore in cui Michael Schumacher lotta per la sopravvivenza nell’ospedale di Grenoble dopo un incidente sciistico, si leggono molti commenti ed interventi di persone che trovano singolare come uno che ha passato 19 anni della sua vita a correre in monoposto, rischiando di fatto la vita ogni volta che ci saliva, si ritrovi ad un passo dalla morte per una banale caduta sugli sci. A tutte queste persone vorrei far presente quella che potrebbe sembrare una curiosità, ma che a ben vedere somiglia più un richiamo all’attenzione: l’ultimo pilota professionista di Formula 1 deceduto a seguito di uno schianto in pista fu Ayrton Senna, il primo maggio 1994; salvo imbarazzanti vuoti di memoria o di attenzione, l’ultimo professionista di sci alpino morto durante una gara di Coppa del Mondo fu l’austriaca Ulrike Maier, venuta a mancare il 29 gennaio dello stesso 1994, a Garmisch. L’anno dopo, mentre si allenava ad Åre, lo slalomista svedese Thomas Fogdö perse l’uso delle gambe.

Il tutto senza nemmeno mettersi a parlare degli incidenti in ambito amatoriale e quelli in altre discipline. E sorvoliamo anche sulle fratture, ché la povera Denise Karbon da sola, durante 15 anni di carriera agonistica internazionale, ne ha collezionate otto (OTTO!), a spanne un numero paragonabile a quanto successo in 19 intere stagioni di Formula 1 dopo Senna (a memoria di getto ricordo Wendlinger, Panis, lo stesso Schumacher, Webber e Massa, più Kubica che però si è fatto male in una gara di rally). Se si vuole parlare di sport pericolosi, si eviti almeno di scadere troppo banalmente nel luogo comune. Falso, peraltro.

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