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Una delle più interessanti definizioni dei meccanismi di diffusione della comunicazione in rete è “virale”. L’origine dell’aggettivo è chiara – virus, come quello dell’influenza: ora, l’influenza è qualcosa a cui se non ci chiudiamo in casa siamo sempre esposti, in modo solo parzialmente consapevole, e che ad un certo punto ci contagia, senza che noi siamo in grado di dire quando e come.

L’ultimo esempio di una serie oramai lunghissima è la celeberrima foto messa su Facebook dalla fino ad allora sconosciuta Caterina Simonsen, che ringraziava la sperimentazione sugli animali, ricordando che in ambito clinico la tecnologia attuale la rende necessaria, per aver consentito di sviluppare le procedure ed i farmaci che la tengono in vita e senza i quali sarebbe morta da 15 anni. Sappiamo tutti cosa è successo dopo, a partire dagli auguri di morte, per continuare con l’esplosione del caso a livello nazionale, su cui più o meno tutti hanno detto la propria, finché il dibattito è stato spogliato di tutti i suoi aspetti tecnici e trasformato in uno scontro di tifoserie, ed è poi entrato nella sua fase matura, quella del complottismo – quali interessi e quali finanziatori ci sono dietro le parti in causa – che oramai rappresenta il punto di arrivo di qualunque tipo di discussione.

Tutto questo è profondamente avvilente. A cominciare da chi ignora i principi basilari dei protocolli di ricerca clinica e farmacologica e pretende di saperne di più degli addetti ai lavori, ignorando come secondo un sondaggio apparso su una rivista con impact factor pari a 38,6 solamente il 3,3% di essi è in disaccordo sull’utilità della sperimentazione animale (a prescindere dal fatto che bisognerebbe chiedere loro perché – magari per una questione di costi e soprattutto tempi – sottolineo come anche tra chi fa musica a livello professionale ci sia una percentuale endemica di analfabeti che pensano che la sottodominante sia una posizione sessuale). Ma si potrebbe proseguire con chi la difende senza sapere perché, solamente per dare contro, non avendo peraltro i mezzi per di farlo in modo strutturato, ad un pensiero complottista onnicomprensivo. Da un lato chi immagina un mondo della ricerca fatto di aguzzini che si divertono a torturare sadicamente degli animali nella speranza di una scoperta casuale – anzi, a “vivisezionarli”, secondo un vocabolo che descrive una pratica illegale da anni, ma che fa comodo utilizzare per l’orrore che evoca nei profani – e dall’altro chi lo vede come una specie di laboratorio di pozioni tipo i sotterranei di Hogwarts, in cui il genio lavora freneticamente con numeri, calderoni e provette, poi dà un assaggio del risultato ad un ratto malconcio che di notte ruba il formaggio dalla dispensa, e lo trasforma istantaneamente nel principe dei topi. Due modi di concepire la scienza assolutamente identici e complementari: come una religione. Nel primo caso un’eresia da abbattere, nel secondo caso la verità da imporre, ma sempre a prescindere.

Ancora più deprimente è tuttavia la fase successiva del dibattito, il “chi c’è dietro”. Ora, io non conosco Caterina Simonsen, quindi non posso sapere se abbia qualcuno alle spalle. Posso però sottolineare come lei abbia agito in risposta agli attacchi degli animalisti contro Telethon – una delle poche fondazioni che fa ricerca su malattie rare che, in quanto rare, ricevono interesse limitato da chi ha fini di lucro come le multinazionali del farmaco. E ricordo come ciò che ha dato origine al caos è una foto su Facebook e che non ci sarebbe stata nessuna guerra tra fondamentalismi se questa foto avesse avuto la storia del 99% dei post su internet – qualche visualizzazione, qualche condivisione e alcuni commenti da parte della rete di contatti dell’autore – invece di un oceano di reazioni sdegnate ed auguri di morte da parte delle stesse persone che poi si sono sorprese perché la faccenda ha fatto il botto.

Caterina Simonsen è diventata una celebrità non perché è stata intervistata dal TG1, ma per aver ricevuto migliaia di messaggi di odio e minacce dopo aver espresso su un social network quella che per il mondo scientifico è poco più di una catalanata – un po’ come se lei avesse parlato della faccenda ad alta voce in un ristorante e fosse stata aggredita dagli avventori. Teniamone conto, al momento di parlare di complotti: da un lato, ed anche dall’altro.

Ho perso il filo: a parte me, chi se lo è preso il virus stavolta?

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