Tag

, , , , , , , , , , , ,

Ecco un paio di cose che sono successe negli ultimi giorni le reazioni alle quali sono abbastanza divertenti nell’ambito di un concetto che ho già toccato.

Gli iscritti al M5S hanno votato sul blog di Beppe Grillo a favore dell’eliminazione del reato di clandestinità. Ricordo che, quando si erano espressi allo stesso modo gli eletti in parlamento, Grillo aveva tuonato che con una politica del genere il Movimento avrebbe perso voti.

Ora, parlando del merito della questione, il reato di clandestinità è fiacco perché punisce uno status e non un comportamento – si noti che il reato di clandestinità non riguarda l’ingresso illegale nel paese, semplicemente il fatto di non poter essere dove ci si trova. Un po’ come se un consumatore di cocaina fosse incriminabile in quanto consumatore, non in quanto beccato a farne uso o in stato alterato, o magari a spacciarla. Parlando di un altro aspetto di merito, il reato prevede come pena una sanzione pecuniaria da stabilire tramite processo penale ed è dunque esposto a multiple criticità: primo, contribuisce all’oramai inenarrabile intasamento dei tribunali; secondo, prevede dei costi a fronte di possibilità di rientro pressoché nulle perché quasi nessun clandestino è in grado di onorare la multa; terzo, aggrava il sovraffollamento delle carceri, perché le probabilità di ritrovare una persona senza documenti e senza residenza sono risibili, e dunque sussistono le condizioni per la carcerazione preventiva.

Uscendo dal merito della questione, tuttavia, è interessante notare quello che è successo di fronte alla notizia: il M5S si è appiattito sulle posizioni di Boldrini e Kyenge e preme per un inciucio con Renzi. Se avesse vinto il no all’abolizione, va da sé, si sarebbe confermato che il M5S è un partito pseudo-fascista i cui iscritti obbediscono a bacchetta a Grillo e Casaleggio. Ora, non dico che si sia trattato di chissà quale operazione politica, ma questi cosa avrebbero dovuto fare per ottenere un riconoscimento della loro, peraltro lecita, posizione? E soprattutto, come giustificano invece le loro posizioni i vari Alfano, Boldrini, Bossi, Vendola, Renzi e via elencando, se non con ragionamenti apodittici, castronerie tecniche, velleità umanitarie e propaganda? Curva Nord e curva Sud, non c’è verso.

Passiamo ad altro: l’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino, “La grande bellezza”, ha vinto il Golden Globe come miglior film straniero e, si sa, il Golden Globe è l’anticamera dell’Oscar. Anche qui, prescindiamo per un momento dalla qualità dei film che vengono usualmente premiati e che sono stati premiati ieri, ad esempio il modestissimo “American Hustle”, un gran cast per due ore e un quarto di film che inizia dopo circa 75 minuti di nulla e che non presenta nessuno spunto creativo tale da giustificare riconoscimenti – se non quello a Christian Bale (affermazione comunque discutibile nel momento in cui la fa uno che ne ha visto la versione doppiata).

Io non ho visto “La grande bellezza” – so che parecchie persone ne hanno parlato come di un film lontano dai migliori standard di Sorrentino – ma conosco il regista e Toni Servillo. E se è vero che quest’ultimo dà il meglio di sé nelle parti da trombone crepuscolare e poco altro, è vera anche un’altra cosa: che Sorrentino, come regista e soprattutto come regista moderno, sta su un piano molto più alto di quello in cui abitano tutti i cosiddetti “grandi” italiani.

Questi ultimi sono bravi, a volte anche bravissimi, a raccontare storie. Che siano interessanti, affascinanti, coinvolgenti, o meno, le loro opere sono incentrati sullo sviluppo. Sorrentino no: Sorrentino fa film. Gioca con le luci, la fotografia, il sonoro, le inquadrature, gli attori, crea un immaginario usando tutti i registri, dal grottesco al tragico, dal comico al patetico; lo spettatore non subisce passivamente l’opera, la vede crearsi di fronte a sé, come vede quelle di, che so, Spike Lee, Wim Wenders e Cristophe Honoré, come 60 anni fa vedeva quelle di Hitchkock.

Sarà per questo che agli americani è piaciuto? Perché non è solo una storia storia, lineare o meno, ambientata in un mondo che loro non riconoscono e non capiscono? Perché la Roma di Sorrentino è come la New York di Spike Lee e la Parigi di Honoré, un contorno magnifico e celeberrimo che tuttavia fa parte della narrazione, non è soltanto un abbellimento o una marchetta?

Eppure, anche qui, ecco gli “eh, ma vuoi mettere ‘Le conseguenze dell’amore’?” e gli “il made in Italy ai Golden Globe, evviva!”, gli americani che capiscono solo un certo tipo di cinema straniero e gli italiani che distruggono chi ha successo nel mondo per invidia ed esterofilia. In poche parole, ecco le tifoserie.

E che palle!

Annunci