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Cormac McCarthy - Oltre il confineQualche tempo fa, parlando con alcuni amici, sollevai un vespaio di proteste quando, a domanda diretta, dissi che il mio libro preferito di Isabel Allende è “Eva Luna”. Al di là dell’essermi innamorato del personaggio centrale più o meno a pagina 1, l’ho amato per la sensibilità e l’eleganza con cui affronta temi delicati, per come riesce a creare un’atmosfera fiabesca attorno a situazioni sordide e per la miriade di sottotrame che si sviluppano indipendenti ed originali – un’ispirazione creativa che uno scrittore cialtrone avrebbe utilizzato per 4 o 5 romanzi.

La miriade di divagazioni, riflessioni e storie improvvise e pindariche che caratterizza “Oltre il confine” di Cormac McCarthy mi ha sovente rimandato ad “Eva Luna”. Ma ogni volta che capitava dovevo poi chiedere mentalmente scusa alla Allende per l’accostamento.

McCarthy è il secondo scrittore americano – il primo è Philip Roth – che viene associato alla possibilità di vincere il Nobel per la letteratura. Ora, io non so se il problema sia che gli americani basta qualcuno che li sappia prendere, che si presenti come un venerato maestro, e loro lo trattano come tale, o che il mondo prende troppo sul serio quelli che gli americani considerano venerati maestri, ma un problema da qualche parte c’è. Oltretutto, McCarthy non sa nemmeno scrivere. O, almeno, “Oltre il confine” ha grosse criticità nella scrittura.

Per cominciare, in nostro fa un uso molto disinvolto del soggetto sottinteso. Dopo qualche pagina si capisce che quando il soggetto è omesso il verbo fa riferimento al protagonista del libro, ma questo, ancorché chiaro, non rende in nessun modo la lettura scorrevole. Quando poi i protagonisti sono due, che si muovono assieme, impantanarsi è un attimo.

In secondo luogo, l’uso del discorso diretto non risponde a nessuno standard sintattico o stilistico noto all’umanità: i dialoghi vengono riportati senza l’uso di virgolette, apici o trattini, il cambio di voce viene fatto semplicemente andando a capo (e nemmeno sempre) e spesso negli scambi di battute non viene indicato chi parla. Inoltre si tratta per lo più di conversazioni banali e retoriche, in cui a volte compaiono improvvisi sottintesi che non vengono minimamente approfonditi nel testo successivo, con un atteggiamento tipo “se non hai capito, cazzi tuoi”.

Terzo, McCarthy, per le scene complesse, fa un utilizzo piuttosto diffuso delle tecniche cinematografiche del campo lungo e del piano sequenza, solo senza avere lo schermo. Si infogna in capoversi di 20 righe in cui elenca una dozzina di comportamenti o reazioni, in cui alla fine l’unica reazione possibile è: “benissimo! Che cavolo è successo?”

Infine, utilizza contemporaneamente due lingue: gli americani parlano in inglese (nella versione tradotta, in italiano), i messicani in spagnolo. Capita anche che durante la narrazione alcuni termini, a volte tecnici, siano scritti in spagnolo, ad esempio “mochila”, senza nessun motivo – si sarebbe potuto scrivere “sacca”. Non ho capito bene dove starebbe scritto che per leggere un romanzo io debba sapere due lingue. La prossima volta mi attendo che qualcuno inserisca nel testo degli ideogrammi, e chi non sa decifrare il cantonese, che si arrangi.

In tutto ciò la narrazione, che già non ha un ritmo serrato, è interrotta da paternali insopportabili su argomenti generali e vasti come la vita, la morte, la giustizia, la fede, la religione, presentate con un atteggiamento tronfio e didascalico alla “ah, ma quante ne so! Lasciati insegnare le cose da uno che le sa!”, quando si tratta invece di tirate retoriche e vuote, prive di un qualunque spunto di brillantezza od originalità.

La cosa peggiore è che la vicenda raccontata su “Oltre il confine”, l’ambientazione, gli aspetti storici e culturali sono anche interessanti. Per questo motivo non me la sento di sconsigliarlo: magari qualcuno potrebbe non trovare irritanti alcuni aspetti della narrazione o riuscire a metterli da parte concentrandosi sul resto. Ma nel momento in cui un romanzo non è solo la storia che racconta, a maggior ragione se si pone come qualcosa di più complesso e generale, per me “Oltre il confine” è un libro pessimo.

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