Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , ,

In Italia chi esce con una laurea dalla facoltà di Legge ha davanti diversi tipi di carriera: svolgere una professione ordinata (avvocato, notaio), tentare il concorso per entrare in Magistratura, svolgere altri tipi di professione, più o meno attinenti col proprio percorso di studi – consulente legale, insegnante di diritto e via dicendo.

Chiunque abbia visto anche da lontano una facoltà di Giurisprudenza sa perfettamente che gli studenti sono a maggioranza femminile. Da Legge escono più donne che uomini. Ricordo che la Magistratura è l’organo che esercita uno dei tre poteri dello Stato italiano, quello giudiziario, come il Parlamento esercita quello legislativo. Ora, se in Parlamento, come sbandierano a sproposito personaggi trasversali, si dovrebbero introdurre per legge le quote rosa, perché non dovrebbe essere garantita parità di rappresentanza di genere anche all’interno della Magistratura?

E allora che facciamo? Introduciamo le quote azzurre? Al concorso in Magistratura, se gli iscritti sono per il 67% donne, ne vanno bocciate il doppio degli uomini, perché altrimenti non c’è parità? E l’Ordine Nazionale degli Avvocati cosa dovrebbe fare? Perché non è nemmeno giusto che nei tribunali, luoghi ove il potere giudiziario viene praticamente esercitato, ci sia la maggioranza di un genere sull’altro.

Ma poi, poniamo anche che da Giurisprudenza escano lo stesso numero di uomini e donne: se a tentare il concorso in Magistratura fossero più uomini che donne e, al contrario, a buttarsi sulle professioni ci fosse una maggioranza femminile, cosa bisognerebbe fare? E se, estremizzando, tutti gli uomini tentassero il concorso e tutte le donne scegliessero l’avvocatura? Si terrebbe tutto fermo fino a quando non sussistano le condizioni per la parità di genere? Oppure si interverrebbe con misure coercitive per risolvere lo stallo? In tutto ciò, dove sono la libertà individuale ed il merito?

Ma soprattutto, perché si parla solo di genere? E perché solo di genere femminile? Perché non introdurre nella legge elettorale l’obbligo di presentare alle elezioni almeno il 10% di omosessuali, il 5% di candidati appartenenti a gruppi etnici minoritari, così è la volta che facciamo fuori la Lega, una quota di mancini e soprattutto almeno il 95% di persone senza carichi pendenti o condanne definitive?

Ma poi, come si presume che vada composto il Parlamento? Gli eletti dovrebbero essere un campione conforme e rappresentativo della popolazione italiana? Faccio notare che, in questo caso, lo strumento di gran lunga più adeguato non sono le elezioni, ma le procedure di campionamento a più stadi dell’Istat.

Ma certi tromboni, tipo quel fenomeno di Giuditta Pini col suo elegantissimo tweet su Lorena Bobbitt (io aspetto sempre donne che si accontentino di considerare uno scherzo sortite di questo tipo a sessi invertiti), si rendono conto di quello che dicono?

Tra l’altro, parlando di elezioni invece che di concorsi pubblici, c’è un grosso vantaggio, almeno sulla carta: per essere eletti bisogna essere votati, non è necessario passare per una procedura di valutazione, quindi non ci sono criteri di oggettività nella selezione tipo, che so, la competenza. Non solo (più o meno) chiunque può presentarsi, ma (più o meno) chiunque può essere eletto: chi prende più voti va dritto in Parlamento. Certo, sarebbe carino che i voti fosse costretto a prenderli, invece che nominato dalla segreteria del suo partito, con criteri oscuri e spesso cialtroni.

Ma poi, tralasciando le quote multicolori ed altri tipi di accorgimenti tra il ridicolo ed il kafkiano, perché nessuno pensa di presentare una legge elettorale che assegni le quote dei seggi in Parlamento sulla semplice base di come vota la popolazione italiana? Perché una legge elettorale dovrebbe imporre il rispetto delle quote rosa e non delle percentuali di voti espressi dall’elettorato?

Annunci