Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , ,

Plein SudIl cinema francese è interessante, quasi sempre, perché parla di gente normale e racconta storie attuali; e lo fa con sceneggiature frizzanti e realistiche, registi che sanno quando prendersi una pausa per lasciare che le riflessioni si insinuino in chi guarda, con fotografia raramente atta a fare promozione a luoghi comunque spesso magnifici, ma semplicemente bella. I film dei cineasti francesi magari possono non piacere, ma solitamente lasciano chi li guarda con la volontà di andare oltre il semplice intrattenimento, la sensazione di aver ricevuto qualcosa. A volte si rimane come minimo perplessi, altre davvero abbagliati.

Nessuno dei due casi estremi è quello di “Plein Sud”, di Sébastien Lifshitz, edito oltralpe nel 2009 e distribuito in Italia, a quel che so solamente in home video, due anni dopo. Tre giovani vagano per le campagne della Francia meridionale: Matheiu e Léa, fratelli poco più che adolescenti, si accompagnano a Sam, più grande, che li ha raccolti sulla sua vecchia Ford mentre si recava a sud per ragioni inizialmente non chiare. Léa rimorchia in un supermercato un quarto complottardo, Jérémie, e il quartetto inizia una singolare avventura on the road, inframmezzata da flashback di Sam (purtroppo non sempre chiarissimi), che raccontano come la sua infanzia sia stata infranta dal suicidio del padre e dal conseguente crollo mentale della madre.

Ben presto si formano le coppie: Léa (una stupenda Léa Seydoux, che come da prassi deve girare almeno una scena ammiccante, meglio se di sesso, e mostrare le tette, peraltro magnifiche) e Jérémie da un lato, Mathieu e Sam dall’altro. Il tutto senza particolare ipocrisia: la coppia etero, con la ragazza incinta ed incerta se tenere il figlio o abortire, pensa semplicemente a divertirsi, forse lui è coinvolto, forse se la gioca solo molto bene, lei di sicuro sa quello che vuole; quella omosessuale, in cui Sam ci mette un po’ a convincersi per via del suo atteggiarsi a superiore, prima cresce poi si spaventa, e si esibisce in una naturalissima scena di passione sulla spiaggia – mi viene in mente almeno una possibile spiegazione per cui il film non sia stato distribuito nei cinema italiani.

Si litiga, si scopa, si fa a botte, ci si confida e si affrontano, in particolare nella persona di Sam, problemi più grandi: che non sono una tresca che forse porterà a qualcos’altro, il sesso, l’amicizia, l’omosessualità, e nemmeno l’essere rimasta incinta e i dubbi sull’aborto – tutte cose quasi scontate –, quanto la necessità di pareggiare i conti col passato, di giungere ad una qualche sorta di pace con sé stessi, con la propria infanzia problematica e con le persone con cui la si è condivisa.

Sceneggiatura in stile colloquiale ma in un francese comprensibile, fotografia strepitosa, con colori vividi ed estivi e la pressoché totale assenza di paraculate come l’ambientazione in qualche meta turistica (e nella Francia meridionale è quasi difficile evitarle) rendono il tutto molto godibile, ma il film racconta una storia di vita ordinaria e vere questioni umane per una generazione spesso dipinta come superficiale dalle opere commerciali. I ritmi sono esemplari: il film certo non è veloce – dopotutto è un’opera che si propone di sollevare spunti di approfondimento e di autoindagine – e si alternano scene serrate e momenti emotivamente più forti, in cui i tempi si dilatano e si ha il tempo di porsi qualche domanda ed impostare delle riflessioni. Un film intelligente che, da questa sponda delle Alpi, sarebbe assai insolito. Racconta una storia, tra l’altro per lunghi tratti senza dare l’aria di farlo – sembra concentrarsi più sul fotografare una realtà –, affrontando tematiche che da queste parti non vengono mai raffigurate così accuratamente.

Non sarà un capolavoro, ma, per chi è interessato, è da vedere. Sia mai che qualche giovane generazione si inizi a cercare di capirla, invece di considerare tutti i ventenni dei deficienti.

Annunci