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Recentemente ho letto un libro, “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?” dello scrittore norvegese Johan Harstad. Il protagonista, riservato e schivo, ama le persone che arrivano in punta dei piedi, fanno bene il loro lavoro, talvolta fanno la differenza, e poi svaniscono nel nulla. Come il buon Buzz Aldrin, secondo uomo sulla Luna il 20 luglio 1969 e molto meno noto e pubblicizzato dopo del buon Neil Armstrong.

Prendiamo i Guns n’ Roses. Se uno dovesse pensarci per due secondi, visualizzerebbe immediatamente il vulcanico frontman, Axl Rose, con la sua chioma fluente e la sua voce stridula ed inconfondibile, e l’inquietante Slash, con i capelli che gli coprono la faccia e la Les Paul dei suoi epici assoli. Nella ricostruzione dei fondamentali della band mancano a malapena uno degli autori principali delle musiche, il chitarrista ritmico che costruiva e definiva il sound più di quello solista ed il secondo cantante, dotato di una bellissima voce roca: tutto in una sola persona, Jeffrey Dean Isbell, in arte Izzy Stradlin. Il perfetto Buzz Aldrin.

Membro fondante del gruppo, ne uscì durante il tour promozionale dei due “Use your illusions” il 7 novembre 1991, praticamente dalla sera alla mattina, perché, disintossicatosi da droghe ed alcool, non riteneva compatibile con il proprio nuovo stile di vita i ritmi di una tournée mondiale ed il dividere la quotidianità con gli altri elementi, all’epoca, per così dire, non esattamente degli esempi di virtù.

Pochi mesi dopo, Stradlin pubblicò il suo primo lavoro solista con una band da lui fondata, gli Ju Ju Hounds, in cui, ovviamente, non si ritagliò il ruolo da primo chitarrista. Il disco, omonimo, è un concentrato di rock, hard rock e blues in cui il suono della chitarra ritmica impera e costruisce canzoni strepitose, interpretate con il tipico cantato sofferente e intenso del buon Izzy. Dopo un paio di singoli promozionali (ottimi entrambi, in particolare “Train tracks”, ma svariati altri pezzi del disco sono a dir poco all’altezza), Stradlin sparì dalla scena per dedicarsi alle corse automobilistiche.

È tornato da pubblicare materiale inedito nel 1998, e da allora ha sfornato praticamente un disco all’anno, a partire dal 2007 solo in formato digitale, in forma assolutamente autonoma ed indipendente, per lo più registrando il materiale a casa sua, ed avvalendosi della collaborazione di amici, tra i quali l’ex bassista dei Guns Duff McKagan. Non ha mai accompagnato l’uscita dei suoi lavori con nessun tipo di attività promozionale, ma in qualche occasione ha partecipato a concerti o piccole tournée di musicisti amici, come i Velvet Revolver, ed a reunion della sua vecchia band.

Ho ascoltato alcuni dischi di Stradlin, in particolare i primi. Si tratta di lavori brevi, di solito 10 brani per meno di 40 minuti, strumentazione con chitarra ritmica, chitarra solista, basso, batteria, voce; rarissimamente compare una tastiera. Produzione elementare, niente post-produzione, zero elettronica. È, semplicemente, rock and roll (subentrano ogni tanto del blues rock e del reggae), fatto da uno che sa scrivere una canzone basata su un riff diretto, sporco e maledetto – probabilmente uno dei migliori chitarristi ritmici della storia assieme a Keith Richards – e la canta con la sua voce, a volte sforzandola su toni più alti e sofferti, altre volte su un registro più basso e disinvolto quasi da conversazione.

Io lo ammiro e lo invidio. E non per i soldi, la fama o altri aspetti che sembrano importare poco anche a lui. E nemmeno per la sua capacità di tirare fuori canzoni strepitose come “Shuffle it all”, “Cuttin’ the rug”, “Grunt” “Ride on”, “Here comes the rain”, “Underground” e “Jump in now” partendo da semplici sequenze di accordi, le classiche tre note su un quattro quarti, e di saperle interpretare così, come se fosse tutto facile. No, il punto è un altro.

Una delle battute chiave del film “Little miss Sunshine” è “you do what you love, and fuck the rest”. Non so se è un modo di vivere felice, ma so che mi piacerebbe provare. Ecco, Izzy Stradlin ci è riuscito: Izzy Stradlin fa quello che ama e se ne frega del resto. È per questo che lo invidio. E gli voglio anche un po’ bene.

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