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Oggi sul sito del Fatto Quotidiano è comparso il video di un breve – circa 7 minuti – monologo di Dario Fo incentrato sulla figura di Matteo Renzi, sulle sue promesse e su come queste si traducano sistematicamente in fatti poverelli, pasticciati e contraddittori. Sono passati meno di due mesi da quando l’ex sindaco di Firenze si è sistemato a Palazzo Chigi e nonostante questo l’elenco sarebbe sconfinato, ma non è questo il punto.

Al netto di alcune uscite di livello (“un socio così si paga sempre”, in riferimento all’alleanza con Berlusconi per la legge elettorale, infatti stiamo vedendo i numeri del miglior statista italiano degli ultimi 2767 anni per non finire agli arresti domiciliari, e l’utilizzo dei termini nomenclatura e congiura di palazzo per spiegare il meccanismo che ha portato Renzi al governo), il monologo di Fo è un po’ fiacco. Sia perché non è particolarmente brillante, sia perché dice cose che chiunque si informi sa abbastanza bene. Si tratta comunque di un’esclusiva, e come tale chiunque abbia intenzione di commentarlo deve farlo sulla pagina del Fatto. Ed è qui, il grande bardo direbbe, che c’è l’intoppo.

Ovviamente, criticare il monologo è lecito e condivisibile – è quello che faccio io scrivendo che non è un granché. Polemizzare con Dario Fo anche. Sostenere che Fo non ha più gli spunti di 40 anni fa è meno bello, ma è altrettanto lecito. Anzi, facciamo così: qualunque critica e qualunque posizione sono lecite. Di fronte ad alcune, però, io qualche domanda me la faccio.

Dario Fo si sente più vicino all’area sinistrorsa del M5S che al PD ed al cosiddetto centro-sinistra, lo sappiamo tutti. Che si debbano leggere decine di commenti che insultano con livore ed aggressività che Dario Fo dà da pensare: Dario Fo è fascista, Dario Fo non parla di Grillo, Camerata Fo, con Grillo sarebbe peggio, e via dicendo. Per non parlare delle acrobazie dialettiche per sostenere il contrario di quello che dice il Premio Nobel, la migliore delle quali è che il Presidente del Consiglio non lo eleggono gli italiani: certo che no, lo nomina il Presidente della Repubblica dopo le consultazioni coi gruppi parlamentari eletti dagli italiani sulla base di un vago programma politico, ma non è stato certo Dario Fo a dichiarare apertamente prima delle primarie che non sarebbe andato al governo senza passare per le elezioni. Si va avanti col negare l’evidenza (“non si è messo con Berlusconi”: no, ci ha solo fatto un accordo per una legge elettorale al momento delirante) e con tante altre piccole perle atte a giustificare quello che, oggi, è poco più di un distributore automatico di promesse irrealizzabili e di discorsi di grande impatto e sostanza nulla (“il futuro è il posto dove voglio vivere” – se non vuoi, l’alternativa è un cappio). Sovente queste considerazioni sono espresse con un tono deluso e risentito, a volte si chiudono con la promessa di non dare più una lira al Fatto Quotidiano.

Dal che consegue che le alternative sono due. Primo, che una percentuale rilevante dei lettori del Fatto è composta da gente che lo compra perché è anti-berlusconiana, ma che non lo ha mai letto davvero, altrimenti si sarebbe accorta che Padellaro, Travaglio, Gomez e compagnia cercano di fare le pulci non tanto a chi fa male il suo lavoro di amministratore, quanto a chi ne fa bene un altro – di solito il ladro, a volte il palo – mentre dell’amministratore occupa il posto, quale che sia il suo schieramento politico. Secondo, che una percentuale rilevante dei commentatori del Fatto on line è composta da troll.

A questo proposito, ogni tanto mi capita di leggere degli articoli, in particolare dei fondisti, presentati sul lato sinistro della home page, che partono da un banale episodio di cronaca, o magari da un pretesto diverso, per parlare di politica e di governo. Articoli di questo tipo non hanno richiami espliciti a Renzi, al governo ed al PD nel titolo, nei tag o nell’occhiello. Magicamente, non hanno nemmeno orde di presunti lettori che magnificano il Presidente del Consiglio, che insultano il quotidiano perché lecca i piedi a Grillo e che si dichiarano stufi della sua linea editoriale. Chissà come mai.

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