Tag

, , , , , , , , , , , , , ,

Martedì scorso, 8 aprile, all’auditorium Parco della Musica di Roma è andata in scena la terza ed ultima replica del concerto, ”Le mille e una notte” in programma per la stagione sinfonica di Santa Cecilia. Sono stati eseguiti l’overture di “La grande Pasqua russa” di Rimskij-Korsakov, alcuni brani dal “Boris Godunov” di Musorgskij e soprattutto la “Shéhérazade” di Rimskij-Korsakov, il tutto diretto da Stanislav Kochanovsky, in sostituzione di Yuri Temirkanov che aveva dato forfait per motivi di salute.

La “Shéhérazade” è stata un’esperienza trascendente. Chiunque abbia ascoltato dei pezzi di musica classica sa che un’esecuzione dal vivo è più secca ed aggressiva di una registrazione, principalmente (ma non solo) perché è impossibile riprodurre su disco la stessa gamma di volumi si sentono in una sala da concerto. In pratica su disco la differenza tra un violinista che tratteggia delle note lunghe sfiorando appena le corde dello strumento, o magari le accenna con un pizzicato delicatissimo, e un’esplosione dell’orchestra ad organico completo, con gli ottoni che sfogano la loro potenza accompagnati da timpani e grancassa è molto minore di quello che si sente dal vivo. Questa differenza è enorme nel caso della “Shéhérazade”. La “Shéhérazade” dal vivo è travolgente e trascinante. Tutta, ma c’è un momento in cui io personalmente potrei smettere di respirare e non me ne accorgerei: si tratta dell’entrata dell’oboe nel secondo movimento, quando, dopo il fagotto, suona quel breve frammento che è diventato uno dei paradigmi della musica mediorientale. Sublime e magnifico.

Eco, l’oboe. Uno strumento liquido e malinconico, che ha un’ampiezza di registri spaventosa. Viene utilizzato, ad esempio nella sinfonia “Pastorale” di Beethoven, per dipingere un’atmosfera rustica e campagnola; lo stesso tipo di ambientazione gli viene affidato da Tchaikowskij nella sinfonia numero 4. Rimskij-Korsakov invece gli si rivolge per trasportare la sua musica ed i suoi ascoltatori in un medio Oriente mitico e fiabesco. Meraviglioso.

Ieri sera, giovedì 10 aprile, Rai 5 trasmetteva in diretta da Torino un concerto diretto da John Axelrod incentrato su un programma di musica ungherese, tra cui la “Fantasia su temi popolari ungheresi” e le “Danze macabre” per pianoforte ed orchestra, interpretate dalla pianista ucraina Valentina Lisitsa (che non avevo mai nemmeno sentito nominare, dai lineamenti pensavo fosse russa). Prima dell’intervallo la Lisitsa si è prodotta in due bis. Il primo, che ho tra l’altro ascoltato mentre guardavo fuori dalla finestra in attesa del passaggio della Stazione Spaziale Internazionale sul cielo di Roma, previsto intorno alle nove e un quarto, è stato una trascrizione pianistica dell’”Ave Maria” di Schubert: una roba da brividi. E in televisione, dal vivo sarebbe stato da sciogliersi sul posto.

Per quello che mi riguarda l’”Ave Maria” di Schubert è una delle melodie più belle mai scritte, struggente e gloriosa, davvero splendida. Non amando troppo il cantato lirico, trovo un po’ uno spreco che sia stata utilizzata per una composizione per voce ed orchestra – peraltro d’accompagnamento, non invasiva. Non è male come l’hanno utilizzata alla Disney su “Fantasia”, ma la trascrizione per pianoforte è proprio tutta un’altra cosa. Al contrario che con l’orchestra, sfrutta una quantità enorme di registri e potenzialità espressive, tira fuori dal piano davvero di tutto, lasciando sempre un sovrappensiero di malinconia straziante, intensa e dolorosa. L’interpretazione della Lisitsa di ieri sera, in tutto questo, è stata paralizzante, profonda e sensuale. Una donna meravigliosa che suonava uno strumento sublime al servizio di una musica superba. Peccato il pezzo duri solo 5 minuti e spicci – o forse no, il bello a volte sta proprio nel breve e nel fuggevole.

“Ah, music! A magic beyond all we do here!” – Albus Dumbledore.

Annunci