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My blueberry nightsUna delle frasi fatte a proposito del cinema è che si tratta per certi versi della prima forma di comunicazione globalizzata: ancora prima della musica pop, l’espressione cinematografica ha contribuito alla creazione di un linguaggio più o meno universale, molto più della musica classica e delle arti figurative, figuriamoci della narrativa.

Non sono molto d’accordo: se parliamo di linguaggio cinematografico inteso in senso artistico, allora stiamo parlando di cineasti, di autori, non di gente che fa un prodotto solo ed esclusivamente per venderlo. E se parliamo di autori, allora il background culturale continua ad essere importante e l’universalità è molto relativa. Se invece ci si riferisce al cinema di consumo, allora stiamo parlando di un tipo di comunicazione molto più terreno, quello del marketing e del commercio, ed allora l’universalità esiste da tempo.

Prendiamo un regista cinese, anzi, uno dei più importanti autori cinematografici cinesi, e spostiamolo negli Stati Uniti, diamogli accesso al mondo del cinema americano, studi, musica, fotografia e soprattutto attori, star, e vediamo cosa succede.

Quello che succede è un film come “My blueberry nights”, in Italia distribuito col pessimo titolo di “Un bacio romantico”, prima opera di Wong Kar Wai realizzata fuori dalla Cina. Quello che succede è anche che il regista cinese sceglie come protagonista Norah Jones, che non è un’attrice, e le fa girare attorno attori di prim’ordine come Jude Law, Rachel Weisz e Natalie Portman.

Il film è una sorta di road movie di formazione che parla della ricerca di sé e di un posto dove mettere le radici: una giovane donna, Elizabeth, dopo essere stata lasciata dal compagno, instaura una strana ma tenera amicizia con Jeremy, titolare di un piccolo ristorante vicino alla sua abitazione, a New York. Una sera, invece di entrare ed attendere l’ora della chiusura per fare due chiacchiere e scroccare qualche fetta della torta ai mirtilli, quella che Jeremy continua a preparare nonostante nessuno la ordini, prende e parte, perché se fosse entrata, spiega poi, abrebbe continuato ad essere la stessa persona che lei voleva lasciarsi alle spalle.

Il film racconta alcune delle peregrinazioni di Elizabeth in giro per gli Stati Uniti, come cameriera in un bar a Memphis, dove conosce una coppia in crisi, e in Nevada, dove conosce una giocatrice d’azzardo sfacciata ma non troppo fortunata, il suo prendere lentamente coscienza di sé, e la sua necessità di raccontare tutto questo passo dopo passo via lettera allo stesso Jeremy, senza dargli modo di rispondere, utilizzandolo un po’ come un diario.

L’approccio narrativo è curioso, ma solo per chi non ha mai visto Wong Kar Wai. La regia anche: le inquadrature sono tutte piuttosto strette, concentrate sui personaggi e sulla loro mimica, con poco spazio per il contorno. Questo non significa che si tratta di un’opera semiteatrale, tutt’altro, è proprio cinema. Di New York, del Midwest americano non si vede quasi niente, eppure è lì che le vicende si svolgono. A definire l’ambientazione ci pensano le persone, i loro caratteri, la malinconia, l’arroganza, la solitudine, la disperazione. E ci pensano i dettagli, le luci, i colori. Roba così – non serve il Colosseo a definire Roma, bastano la luce e la gente – dovrebbe essere insegnata nelle scuole.

Anche la musica ha una gestione insolita: ogni posto ha il suo tema, ripetuto ossessivamente lungo la pellicola. Ad esempio, quando la scena si svolge a New York, una New York notturna ed invernale, riparte in continuazione “The greatest”, magnifica, struggente, dolorosa. Mi sono chiesto, conoscendo la sua musica, cosa avrebbe potuto dare Norah Jones per averla scritta lei. A Memphis tocca a Otis Redding e alla sua “Try a little tenderness”.

Un maestro del cinema che ha deciso di mettersi in discussione andando a cacciarsi nei guai, che ha scelto di studiare un soggetto per poi cercare di rappresentarlo a modo suo. L’adagio vuole che a volte bisogna essere distaccati per riuscire a comprendere e spiegare un fenomeno, ma io non sono convinto che sia questo il caso: qui la distanza, l’essere distaccati non si vedono proprio. Forse semplicemente per descrivere una realtà si devono adottare tecniche che non le appartengono. Perché l’ambientazione non deve trarre in inganno: la storia si svolge nei profondi Stati Uniti, ma la pellicola è profondamente orientale. “My blueberry nights” è un film di Wong Kar-Wai in tutto e per tutto, effimero e profondo, nella sua delicatezza, nella sua bonaria dolcezza con cui tratta i personaggi e nella sua introspezione quasi accidentale.

Un capolavoro sottile ed elegante.

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