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Di solito parlo solo di opere complete, quindi in ambito musicale di dischi, perché ritengo che un artista che decide di pubblicare un album intero, per quanto composto di singoli momenti, a volte anche molto brevi e slegati l’uno dall’altro, lo fa con un intento espressivo unico. E comunque, anche se magari questo è vero fino ad un certo punto, un disco contiene la summa di un presente, magari molto lungo, un pezzo di storia che si apre e ad un certo punto viene ritenuto finito e chiuso.

In questo post vengo meno a questa abitudine per parlare di un singolo brano. Il pezzo è contenuto nell’album di tali The Hermit intitolato “Wonderment”, pubblicato nel 2005. The Hermit all’epoca di fatto era un tizio canadese, Hamish Thompson, che scriveva pezzi e si avvaleva di collaboratori per realizzarli. Hamish Thompson è uno dei compositori col dono: uno che riesce a prendere un musicista e a tirargli fuori l’anima, a farlo esprimere su livelli emotivi che normalmente può solo sognare. Ce n’è di gente così: altri si chiamano Arjen Lucassen, Billy Leeb e Rhys Fulber.

“Wonderment” è un signor disco. Atmosfere tranquille, suoni eleganti e per lo più rilassanti, 10 brani, alcuni strumentali, gli altri cantati quasi solo da donne. Al numero 3, dopo un ottimo pezzo introduttivo ed una strumentale semplice ed immediata, arriva la valanga. Canta Allison Shevernoa (leader del gruppo indie-folk Paper Moon), accompagnata da chitarre, basso, batteria, tappeti e rumori vari: la canzone si chiama “Flutterbye” e dura circa sei minuti. Riporto il testo di bridge e ritornello:

Sleep baby, sleep
Live in your dreams
You don’t have to be ready for this life
Watch all that sadness flutterbye
Escape another night

If only my arms were wider
If only I could hide you from your troubled mind
So you could get some sleep tonight
If only my arms were wider
If only I could hide you from your troubled mind
So you could get some sleep tonight

Amore e disperazione. Una melodia che spazia dalla supplica – perché quello di dormire e rifugiarsi nei sogni non è un consiglio, ma una preghiera affinché sia possibile – alla dilaniante impotenza di fronte al dolore di una persona amata che si affligge e si tortura. Il tutto cantato da una voce malinconica, carezzevole, pastosa e dolcissima. Una bellezza sconfinata, impossibile, insopportabile, una tristezza dolorosa, oppressiva, devastante.

Un pezzo emotivamente spossante, ne esco esausto e letteralmente spezzato a metà, un’esperienza da centellinare con cura, da fare solo una volta ogni tanto, se si vuole vivere una vita almeno decentemente felice, ma da assaporare a fondo, goccia dopo goccia, istante dopo istante, immergendosi nel tunnel e lasciandosi trasportare da un treno lanciato a velocità folle, sperando che quella che si vede in fondo sia l’uscita, e non un altro treno che procede in senso contrario. O magari che sia un treno, perché a volte affrontare il dolore fa bene, è catartico.

Una delle più belle canzoni mai scritte.

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