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Sabato sera all’Olimpico di Roma, a presenziare all’ennesima, vergognosa calata di braghe dello Stato italiano nei confronti della delinquenza, c’erano diversi tipi di autorità.

C’era il presidente del Senato, impegnato a tirarsela perché avrebbe dovuto consegnare la coppa Italia alla squadra vincitrice, ed a farsi bello perché non aveva ceduto alle provocazioni. C’era il presidente del Consiglio, intimamente seccato perché la carnevalata gli aveva rovinato lo spot elettorale, ma anche impaurito, con la faccia di uno che avrebbe voluto solo essere lì a fare il figo e invece si trovava in un pasticcio in cui non sapeva cosa fare o dire. C’erano le massime autorità del CONI e della FIGC, impegnate a storcere il naso con collaudatissima aria schifata mentre fuori dallo stadio ed in curva Nord succedeva la qualsiasi, ossia tutto quello che loro hanno sempre avallato facendo finta di combattere il problema e rendendo la vita impossibile alle persone comuni. C’erano i presidenti delle due squadre di calcio, ufficialmente indignati, soddisfatti per la presenza di personalità di rango più elevato che avrebbero loro evitato la solita trafila di critiche ipocrite, uno depresso perché in una tale situazione sarebbe stato difficile vincere la partita, l’altro spaventato perché un eventuale rinvio avrebbe annullato il vantaggio psicologico che i disordini avevano dato alla sua squadra. C’erano le cariche più alte delle forze dell’ordine, sconfortate e sconfitte, consapevoli di aver abdicato al ruolo di garanzia della pubblica sicurezza, oramai appannaggio di delinquenti e ricattatori. Tutti guardavano, tutti si dicevano che la partita bisognava giocarla, tutti non avevano la benché minima idea di come uscire dall’impasse, magari incolumi e senza perdere la faccia.

E poi c’era Marek Hamšík, anni 26, slovacco, capitano della squadra del Napoli e, come tale, unica autorità superiore riconosciuta da buona parte della curva partenopea, in particolare da quelli che dichiarano attraverso il proprio abbigliamento da che parte stanno nel momento in cui un esaltato ammazza un poliziotto. Ecco, Marek Hamšík è stato l’unico, con la morte nel cuore ed il terrore nello sguardo, a fare ciò che, in quanto autorità in campo della squadra appoggiata da chi teneva in scacco l’ordine pubblico, gli era richiesto di fare: nel suo caso, andare a parlare con chi era stato delegato ad esporne le ragioni, rassicurando la gente sulle condizioni dei loro compagni feriti – evidentemente comunicategli dalle medesime autorità che la curva non riconosce, ma poi in caso non fossero state vere sarebbe stato lui personalmente ad essere additato come traditore dal capo ultrà figlio di un camorrista – e difendendo le posizioni dello Stato italiano.

Io voglio Marek Hamšík presidente del Consiglio.

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