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Katzenjammer Kabarett - Grand guignol & varietéCome tutte le case discografiche indipendenti, soprattutto quelle che propongono movimenti di nicchia, la Prokekt Records fa una promozione massiccia nei confronti dei lavori che pubblica e di cui i curatori hanno elevata considerazione, sia essa in termini di qualità o di possibilità di incontrare i gusti del pubblico, che è composto da appassionati, ma non può comunque conoscere tutto.

Circa 5 anni fa, per trainare il lancio del secondo disco dei francesi Katzenjammer Kabarett (il nome viene dai Katzenjammer Kids, in Italia Bibì e Bibò), Sam Rosenthal cominciò a citare nelle sue newsletter il precedente lavoro della band, omonimo, pubblicato originariamente in modo autonomo nel 2004 e poi rielaborato in una forma estesa e leggermente meno grezza nel 2006. Ora, quando uno che distribuisce musica di livello stratosferico in un ambito, in questo caso la darkwave, che amo mi dice “prova questo, è ottimo”, io provo.

Scaricai il loro allora unico album e provai un pezzo a caso. Per ragioni comprensibili, il “caso” fu pilotato verso il titolo “Katzenjammer kids”: rumore, elettronica invasiva, percussioni sintetiche ossessive, una tizia con una voce baritonale che cantava in tono aggressivo, ancorché impostato, un pezzo tra il trance e l’industrial. Casino. Niente da fare: esagerati, grautiti e pesantini.

Tempo che uscisse il loro secondo album, alcuni mesi dopo, e la mia opinione era cambiata in modo radicale. A cominciare proprio da quel “Katzenjammer kids”, il pezzo più brutale e potente di un disco che le ha davvero tutte. Una musica unica ed originale, pazzesca, con uno stile personalissimo che unisce il dark cabaret, il trance, il rock e l’elettronica alla francese, il tutto per arrivare a brani irrituali ed inaspettati, in cui una certa dose di aggressività e tantissima teatralità, soprattutto ma non esclusivamente nel cantato, emergono continuamente.

“Grand guignol & variétés” uscì nella primavera del 2009. Ai primi ascolti non mi convinse – troppi ritmi punk ed in generale una banalizzazione rispetto alla sontuosa originalità del precedente. Poi lo lasciai sedimentare, ed anche in questo caso le sensazioni si sono totalmente modificate: i Katzenjammer Kabarett non sono una band da primo ascolto.

Il primo e principale aspetto di novità sonora è la voce. La solista, detta miss Mary K (ex Mary Komplikated), una strana bambolina fetish con la fissazione dei Dresden Dolls, ha abbandonato lo stile accademico per un cantato più grezzo, spontaneo, violento e strappato, erotico, troieggiante, per un maschietto impossibile rimanere impassibile mentre sussurra voluttuosamente le note basse e graffia strozzata quelle alte e mentre flirta con i pezzi ed amoreggia con musica e parole. Il secondo è che una trasformazione simile, ancorché meno radicale, l’ha subita la musica nel suo complesso, più emotiva, più trascinante, carnale, con una follia prorompente e travolgente. Il terzo è che la musica e lo stile sono tutt’altro che diventati più banali, semmai più sottili: ove prima c’erano costruzioni cervellotiche e fuochi artificiali sonori, qui ci sono linee melodiche pindariche e controintuitive ed orchestrazioni più discrete, a volte quasi sorde, al servizio dell’intero progetto, che non ho ancora capito se è un concept album, ma senza dubbio lo sembra.

Un disco in cui si parla di un bambino sordomuto morto di fame dopo esser stato inavvertitamente chiuso in soffitta dalla nonna, degli ospiti di un manicomio e del loro singolare rapporto col sole, di un matrimonio tra un solitario cinquantatreenne ed una diciannovenne, di un amante omicida che preferisce vedere la compagna col cranio fracassato che in piedi, e di tante altre cose. Il tutto raccontato in testi vividi e diretti, in melodie contorte, metriche creative e sincopate, in suoni asciutti, a volte quasi aridi e vagamente claustrofobici, con un approccio teatrale ed istrionico e con atmosfere tra il voyeristico, il surreale ed il grottesco. Un disco che si ascolta con un principio di eccitazione sessuale perché Mary K non si limita a cantare le canzoni: ci gioca, le seduce, le soggioga, le scopa, quando va bene (“Jack’s parade”, “Romance” e “45” su tutte) anche in modo irruento, selvaggio.

Da un album, cos’altro si può desiderare? No, sul serio: cos’altro?

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