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Qualche mese su queste pagine fa parlai di StregaTè, un tea shop in cui mi ero infilato durante un pomeriggio a Bologna per fuggire da brutto tempo e vestiti sbagliati dopo aver girato un po’ per il centro, rimanendo abbagliato dalla gentilezza e dalla disponibilità del personale e dalla loro capacità di coinvolgere e guidare i clienti.

Sabato scorso sono andato dal cugino romano, BiblioTèq, sito in via dei Banchi Vecchi, una parallela di corso Vittorio Emanuele, grosso modo a metà strada tra il ghetto ed il Borgo. Sono entrato, fortunatamente sprovvisto di trolley perché gli spazi non lo avrebbero consentito, immerso come al solito nell’ascolto di qualche strano lavoro musicale di qualche ancor più strano personaggio (nel caso specifico, la versione dal vivo di “Ki” del Devin Townsend Project) e ho cominciato a frugare in giro. Mi hanno colpito, a differenza che da Stregaté, la profusione di colori saturi e l’invasione di oggetti: a fronte della disposizione casuale apparentemente ordinata del negozio bolognese, BiblioTèq dà un’idea di caotico e di precario, quasi che la roba stia materialmente per crollare addosso agli avventori, sensazione rafforzata dai colori forti che sembrano occupare più spazio, ma in realtà l’ordine è massimo – anche perché se non lo fosse probabilmente il negozio crollerebbe sul serio, o forse non ci sarebbe spazio per i clienti, il che come limite è impegnativo. Alla prima pausa nella musica ho fermato il lettore mp3, mi sono tolto gli auricolari ed ho iniziato ad interagire con una delle due tizie dietro al bancone.

Al di là di una breve chiacchierata in cui mi sono intromesso perché verteva su un argomento che conosco abbastanza bene, in parte sulla mia pelle (gli aspetti cialtroni dell’organizzazione e gestione di alcuni corsi post-laurea nelle università romane, soprattutto quelli suppostamente internazionali, perché esistono facoltà dove intere schiere di docenti non parlano l’inglese o, peggio, lo parlano in modo poco più che maccheronico), ho ricevuto un trattamento esemplare. Dopo qualche breve scambio di battute sui tè bianchi, che mi ha permesso di rattoppare con qualche tassello la mia ignoranza enciclopedica, che comunque tale è rimasta, ho espresso il desiderio di provare un tè verde non da degustazione – tradotto, che non costasse un capitale.

La commessa che mi seguiva ha come prima cosa voluto sapere quando lo bevo di solito, domanda fondamentale perché mi ha consentito di comunicarle che a volte prendo il tè dopo cena, quindi che non era il caso di propormi qualcosa di molto forte. Poi mi ha proposto tre tè verdi, uno vietnamita, uno cinese ed uno giapponese, simile al Bancha. Durante tutto questo è capitato un paio di volte che lei desse per scontati alcuni dettagli e che, di fronte alle mie domande da neofita, si scusasse per averlo fatto, cosa quasi del tutto inaudita in un esercizio commerciale romano, dove va molto più di moda mandare affanculo i clienti incompetenti. Dopo un altro paio di non precisamente brevi digressioni durante le quali mi è stata dedicata la massima attenzione, ho optato per 50 grammi di tè vietnamita Lai Chau, ho pagato e sono venuto via.

Che dire? Magari sono fortunato. O magari sono i tea shop ad essere posti tranquilli, interessanti e piacevoli.

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