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Lunedì 26 maggio al Circolo degli Artisti c’era il concerto di una strana tizia dell’universo indie americano, tale EMA (è un acronimo formato dalle iniziali del suo nome, Erika M. Anderson). Ora, io non ho amici particolarmente sensibili a questo genere di eventi, o almeno non lo erano nell’occasione, e non lo saranno sabato per i Samaris, quindi il dubbio era se andarci da solo o soprassedere. Alla fine sono andato.

L’appunto da muovere al Circolo riguarda la gestione degli orari: quello che adesso si chiama special guest e che una volta era noto col nome di supporto ha iniziato l’esibizione alle dieci passate, di lunedì sera una scelta singolare. A maggior ragione quando l’artista di punta della serata è una che ha vissuto l’adolescenza negli anni Novanta e si dichiara seguace di alcuni movimenti culturali del periodo, quindi il concerto non era rivolto a liceali od universitari, ed industriarsi per farlo finire dopo la mezzanotte rasenta il suicidio.

Colleen Green è salita sul palco da sola con abbigliamento minimale ed una chitarra elettrica sporca ed effettata. Dopo un primo brano in cui ha usato solo quella ha iniziato ad armeggiare con delle basi. La voce non era molto amplificata, ma c’era. Leggermente nasale, controllata e vagamente sforzata, ma se l’è cavata bene – e comunque, una tizia che fa da supporto da sola ad un concerto con un centinaio di paganti merita tanto, tanto rispetto. Esibizione gradevole, Colleen emozionata ma efficace, ragazza da approfondire.
Pausa, con tre tizi che provano gli strumenti per un po’, poi escono e rientrano: per questo motivo all’inizio pochi capiscono che il concerto è cominciato. Dopo un minuto entra una tizia bionda, alta e possente che prende una chitarra, si piazza davanti al microfono ed inizia a cantare. La voce è roca e nuovamente un po’ soffocata, ma la personalità si capisce subito.

Niente orpelli, niente abbellimenti, niente fronzoli: EMA è una che su un palco ci sa stare e le basta suonare e cantare per trascinare dietro di sé tutto quello che ha davanti. È accompagnata da tre musicisti: una bassista che a volte suona la chitarra, un tastierista che a volte prende basso o chitarra (tutta questa rotazione di strumenti a corda parcheggiati in giro per il palco a volte risulta un po’ goffa, ma dal punto di vista sonoro non ci sono problemi) ed un batterista che comincia piano, ma quando serve fa vedere di che cosa è capace. Pubblico numericamente modesto ma coinvolto e coinvolgente.

Io sono solitamente attratto dalla musica un po’ scura e malinconica. Questo caso è una parziale eccezione, perché le tinte fosche ci sono. Quello che manca è la malinconia: qui stiamo molto più dalle parti del dramma. Brani forti, potenti, emotivamente trascinanti, di grande spessore drammatico. L’approccio strumentale (basso, batteria, chitarra, tastiere) è rock, ma il retroterra indie emerge nelle sonorità in modo netto ed efficace.

Una considerazione: l’ultimo disco di EMA, “The future is void” ha un difetto, è scarsamente unitario dal punto di vista stilistico, è un po’ discontinuo. Dal vivo tutto ciò sparisce all’istante: EMA è lì che suona e canta, “here and now” direbbe Kay Hanley (parlando di indie e nineties), un pezzo dopo l’altro, ed è eccelsa nel tirare fuori un concerto perfetto e coerente. Non ci sono pause, non ci sono discontinuità, c’è solo un’espressione di sé, continua e bellissima. Se cantasse “Let’s spend the night together” degli Stones sarebbe tranquillamente capace di inserirla nel contesto emotivo e renderla un pezzo suo, almeno per quei 5 minuti. Se non è brava una così…

Il concerto dura poco più di un’ora, compreso un unico bis per voce e chitarra, forse l’unica vera pecca della serata, che ci impedisce di salutare adeguatamente una band solida e capace. Una chiusura col botto avrebbe fatto più effetto.

Dopo la conclusione, la bassista va al banchetto a vendere CD, LP, magliette e, incredibilmente, cassette, dicendo alla gente di aspettare: Erika verrà ad autografare il materiale appena possibile. Cosa che accade un paio di minuti dopo, ma EMA non si limita a firmare le copertine: chiacchiera, interagisce, chiede pareri, è disponibilissima. Nel frattempo Colleen Green vende il suo materiale (LP, EP e cassetta fatta in casa, niente CD) direttamente, a testa bassa, dimessa, uno si chiede come abbia avuto la forza di andare da sola sul palco ad esibirsi. Fa tenerezza, è quasi sorpresa quando qualcuno va a parlare con lei.

Gran bella serata.

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