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Qualche sera fa ho rivisto “Le invasioni barbariche”, capolavoro canadese scritto e diretto da Denys Arcand nel 2003 e seguito, a 17 anni di distanza, dell’ottimo (ma a mio parere inferiore, troppo incentrato sul sesso) “Il declino dell’impero americano”. Non vale la pena di parlare del film, sia perché chi è interessato lo conosce già, sia, soprattutto, perché non mi ritengo capace di dire qualcosa di originale su un’opera del genere, per cui mi limito a consigliare a chiunque capiti di qui e non l’abbia visto di prendersi un’ora e quaranta minuti e di goderselo, possibilmente in lingua originale, che è il francese. E, se ritiene, di procedere con cautela nella lettura di questo post, a causa di possibili spoiler.

Io voglio solo parlare di un personaggio del film: quello di Nathalie, interpretata dall’allora trentatreenne Marie-Josée Croze. Figlia di uno dei personaggi secondari, tossicodipendente, viene incaricata dal figlio del protagonista di procurare l’eroina al padre gravemente malato per alleviarne le sofferenze. Una persona di una profondità abissale, tremendamente, orribilmente affascinante e di una bellezza sconfortante – nel senso che l’idea che esistano donne così belle, così complesse, così intelligenti, così isolate, così assolutamente infelici e così problematiche è una cosa che provoca sconforto, soprattutto perché il personaggio è vivo e reale, è forse quello che esce con più forza dallo schermo.

“Le invasioni barbariche” racconta, tra l’altro, lo scontro tra una generazione che invecchia e si prepara lentamente ad abdicare al suo ruolo centrale nel mondo e quella che ne sta assumendo il controllo, con le sue regole e le sue priorità. E Nathalie è l’unica dei giovani a capire le angosce delle persone che sono cresciute negli anni Sessanta, che hanno lottato per le libertà civili e per un mondo più giusto, e che invecchiando e guardando i loro figli combattere per obiettivi molto diversi, sentono di aver fallito e di non essere riuscite a cambiare granché. L’unica che si ferma a cercare di capire, di riflettere, ed è sovrastata da questa ricerca. Di fatto, è l’unica giovane non “barbara”, l’unica che, nella sua autodistruzione, vive la vita secondo ideali, pensiero e regole morali invece che inseguendo successo ed edonismo, e come tale è una persona votata alla sconfitta, la medesima sconfitta che il protagonista vede abbattersi su di sé, ed in più a subire solitudine ed indifferenza.

Forse perché in quanto tossicodipendente si sente in qualche modo più vicina alla morte, o quantomeno la avverte attorno a sé, forse perché pensa troppo, forse perché si sente intrappolata nella sua vita come quelli della generazione precedente si sentono intrappolati nel loro corpo che invecchia, forse semplicemente perché è infelice, il suo legame col protagonista è assoluto, al punto che il suo processo di redenzione inizia proprio quando la dipendenza dall’eroina le impedisce di recarsi ad alleviare le di lui pene, quindi in risposta ad una sofferenza non sua, anzi causata da lei, che lei reputa inaccettabile. Da un certo punto di vista, proprio quando è costretta a smettere di rifugiarsi dentro sé stessa e ad affacciarsi sul mondo, ad essere utile a qualcuno.

Per noi che guardiamo, invece, Nathalie è un inquietante promemoria, che ci ricorda come anche una persona apparentemente normale, elegante, bellissima, curata e con un lavoro che le permette di badare a sé stessa (anche se magari non con uno che richiede una routine precisa), possa essere triste, intimamente devastata fino ad essere autodistruttiva, e possa cercare rifugio nella fuga, nella negazione della realtà, negli stupefacenti. Ci ricorda le persone che vogliono giocare secondo le loro regole e le loro priorità, e che a volte perdono. Ma non per questo sono perdenti.

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