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“Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”, cantava qualche anno fa Caparezza, alle prese con il suo disco numero due dopo il successo del primo. Ora, se uno ci pensa un attimo, per quella che è l’industria musicale moderna, si tratta di un ragionamento condivisibile. Uno arriva, ha le sue cose da esprimere, trova un produttore ed una casa discografica disponibili a fargliele dire e pubblica. Seguono, se le cose vanno bene, promozione, passaggi radiofonici, interviste, esibizioni e comparsate televisive, concerti. Poi l’artista si richiude in studio, solitamente dopo un tempo piuttosto lungo, e ha il dilemma di come affrontare il foglio bianco. O, se durante il passaggio multiplo nel frullatore mediatico si è comunque dato da fare, deve registrare. La vita radicalmente cambiata, idee spesso non brillanti come quelle che lo avevano portato alla necessità di farsi stare a sentire, scadenze stringenti, un pubblico che vuole contemporaneamente qualcosa di nuovo e di non spiazzante, che se uno si mantiene su quanto già fatto è pronto a definirlo ripetitivo, se invece se ne discosta è lì con la mannaia dell’avversione alle novità.

Mettiamoci anche che molto spesso l’artista stesso non è un musicista dalle risorse tali da permettergli di spaziare tra i generi e di muoversi nella composizione e soprattutto nell’esecuzione con la sicurezza di un navigato professionista, che sovente si ritrova accanto produttori invasivi ed estremamente convinti di sapere come fare a confezionare un prodotto spendibile sul mercato che permetta a chi scrive e suona di continuare a esprimere sé stesso e che il pubblico è oramai una specie di bestia compulsivamente alla ricerca della novità, poi cosa questa novità dica veramente chissenefrega, ed ecco che Caparezza tutto sommato non ha torto.

O almeno, non ce l’ha se determinate condizioni si verificano: le più importanti sono sono l’accettazione dei dettami delle case discografiche in termini di promozione, mercato di riferimento e ritmi di pubblicazione (l’alternativa è rimanere indipendente), la scarsa capacità di giocare con la composizione e l’interpretazione, la necessità o la scelta di affidarsi a dei professionisti per la realizzazione materiale delle opere ed il rivolgersi al pubblico come giudice di quel che si fa. Per i cantanti che rientrano in queste definizioni, il secondo album è effettivamente piuttosto difficile. Per gli altri, no. Gli altri il secondo album lo fanno e basta.

Ecco una breve lista di “opere seconde” della storia del rock e affini, secondo il mio giudizio insindacabile dei veri capolavori (il che significa che ometto di citare dischi che non sono nelle mie corde, come “Nevermind” dei Nirvana o “Paranoid” dei Black Sabbath, ottimi album compresi tra due lavori di livello superiore, come “Hergest ridge” di Mike Oldfield, preceduto da “Tubular bells” e seguito da “Ommadawn”, o “Actual fantasy” di Ayreon, tra “The final experiment” e “Into the electric castle”, e band o artisti che hanno subito sostanziali riposizionamenti professionali da esperienze precedenti, il che esclude “Imagine” di John Lennon, “Rumors” del Fleetwood Mac o “Nighttime birds” dei Gathering), da parte di gente che è stata lasciata lavorare o che scrive e scriveva musica per comunicare quello che ha ed aveva dentro, non per arricchirsi facendolo né per predicare al mondo.

Emerson, Lake & Palmer: “Tarkus”
Jefferson Airplane: “Surrealistic pillow”
Doors: “Strange days”
Lynyrd Skynyrd: “Second helping”
Led Zeppelin: “II”
Genesis: “Trespass”
Procol Harum: “Shine on brightly”
Yes: “Time and a word”
Banco Del Mutuo Soccorso: “Darwin!”
The Trip: “Caronte”
Carole King: “Tapestry”
Patti Smith: “Radio Ethiopia”
Kate Bush: “Lionheart”
U2: “October”
Dead Can Dance: “Spleen and ideal”
A-Ha: “Scoundrel days”
Sting: “…Nothing like the sun”
Suzanne Vega: “Solitude standing”
Enya: “Watermark”
Tori Amos: “Under the pink”
Massive Attack: “Protection”
Beth Orton: “Central reservation”

Dream Theater: “Images and words”
Elio E Le Storie Tese: “Italyan rum casusu cikti”
Blue Stone: “Worlds apart”
Collide: “Chasing the ghost”
Queen Adreena: “Drink me”
Emilie Simon: “Végétal”
Laura Marling: “I speak because I can”
Rachael Yamagata: “Elephants… Teeth sinking into heart”
Florence And The Machine: “Ceremonials”
Julia Holter: “Ekstasis”
Emilie Autumn: “Opheliac”

Sempre il più difficile? Proprio sempre?

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