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Diego De Silva - Non avevo capito nienteGià qualche volta, fingendomi esperto di cinema, ho sdottorato sui problemi del doppiaggio italiano. Riflettendo con un’amica libraia sono recentemente giunto alla conclusione che il problema è più vasto.

Qualche tempo fa ho letto questo libro di Diego De Silva. Ho anche letto alcuni romanzi di Carofiglio e sono un affezionato ammiratore del collettivo Wu Ming. Autori che apparentemente non c’entrano niente l’uno con l’altro, tranne per l’appartenenza ad una generazione moderna della narrativa italica: hanno uno stile di scrittura fresco, immediato, diverso dalla prosa ingessata dei venerati maestri, ma anche da quella che si legge su tanti libri tradotti.

Già, la traduzione. L’impressione è che il problema dell’adattamento dei dialoghi sia lo stesso che emerge nel cinema: un blocco su standard che impediscono di rendere in modo creativo la lingua moderna. Tra l’italiano di un De Silva o di un Carofiglio, e quello, tradotto, di un Lansdale c’è un abisso; leggendo gli autori italiani si ha la sensazione di avere a che fare con opere linguisticamente innovative, brillanti. Questo perché De Silva e Carofiglio fanno quello che alla fine della fiera è il loro compito: rendere in italiano strutturato la lingua parlata, il linguaggio con cui avvengono le interazioni tra le persone, modificando la lingua, cosa che chi traduce Lansdale è più limitato nel fare.

Quando leggo un libro come “Non avevo capito niente”, inoltre, sono impressionato dalla capacità di spaziare tra un’infinità di temi, che vanno dal rock italiano alla camorra, dal rapporto coi figli adolescenti all’amore (“la più diffusa malattia autoimmune”). Verrebbe da dire che capita raramente che qualcuno abbia qualcosa di intelligente da dire su tutta questa roba, ma non è vero. La verità, invece, è che succede spesso. Spesso in senso relativo, evidentemente, ma spesso. E succede per un motivo molto semplice: in assenza di un establishment culturale, una cosiddetta intellighenzia che ne parli, la persona intelligente sente la necessità di farlo ed è in grado di proporre letture originali, che, a chi legge e vorrebbe che certe tematiche fossero argomento di discussione quotidiana, appaiono fresche e stimolanti.

De Silva in questo romanzo presenta l’avvocato Malinconinco, un protagonista, che scopro essere ricorrente, che si arrabbatta come può in un mercato professionale saturo in cui lui ha poca voglia di lottare. Non tanto per questioni etiche, quanto perché ci vorrebbero una rabbia, una determinazione e una preparazione che non sente di poter mettere. Lui vorrebbe fare Perry Mason, grandi intuizioni, creatività e poco studio. Siccome non è possibile, soprattutto nell’intricato sistema italiano, boccheggia.

Malinconico ha una ex moglie, che ha un nuovo compagno ma a volte sente la necessità di andare a letto con lui, ed una figlia adolescente persa tra la superficialità a cui la richiama il mondo che la circonda e una profondità di pensiero da persona di livello (basterebbe questo ritratto della rappresentate di una generazione solitamente descritta con squallido senso di superiorità per far capire la qualità della scrittura di De Silva). Ha una professione che prende una piega inaspettata quando un tirapiedi della camorra rimane senza avvocato, Malinconico viene nominato difensore d’ufficio e, brancolando nel buio, azzecca un paio di mosse teatrali durante alcune fasi dell’udienza preliminare. La faccenda lo turba, perché da un lato ci sono i soldi, tanti soldi, dall’altra la loro provenienza, cosa che gli viene tra l’altro regolarmente ricordata da una surreale guardia del corpo dell’organizzazione che lo segue dappertutto.

Il tutto mentre l’avvocato più attraente della procura è attratta da lui, perché tra i suoi casini personali e il suo vivere a metà strada tra dentro la sua testa e le nuvole, è l’unico a non farle la corte e addirittura ad ignorarla quando lei si fa avanti.

Malinconico che fa? Oltre a sviscerare la sua situazione dal punto di vista etico, continua a perdersi nei suoi pensieri, tra discorsi sull’innamoramento ed analisi critiche delle canzoni di Eugenio Finardi, alla ricerca di un modo decente di tirare dritto, possibilmente senza perdersi, senza scordarsi della nuova fidanzata e senza combinare troppi pasticci con la figlia. Niente fuochi artificiali, effetti speciali, solo la storia di un italiano comune, ben scritta, ben raccontata e resa in modo intelligente ed ironico. Cosa che, a ben vedere, è molto più difficile.

Pregevole.

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