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Lana Del Rey - Born To DieLana Del Rey, un tempo troione più o (soprattutto) meno maggiorenne, nota più per le molteplici frequentazioni nel jet set americano, per il dissipato stile di vita sesso droga e rock n’ roll(er) e per le ridicole labbra al collagene che per la supposta professione che ce l’aveva portata – a parte quella di oggetto sessuale di chi poteva permettersela – adesso fa la cantante. E ‘sti cazzi, dirà qualcuno. Lo dissi anch’io, tempo fa, prima che un blogger, che a volte non sa quello che dice ma sa convincerti ad ascoltare un pezzo che ama, me la facesse scoprire.

La prima volta che sentii “Born to die” mi piacque, ma non scoccò la scintilla. Una cosa tipo “bello: a che serve?”. Dopo qualche altro tentativo, il disco finì per scivolare nella pletora di album carini ma non abbastanza attizzanti da riuscire a ritagliarsi uno spazio in mezzo alla troppa roba che ascolto. Mi ricapitò di sceglierlo sul lettore mp3 una domenica mattina in cui ero poco lucido mentre, con la barba fatta malissimo a causa del proditorio tradimento del rasoio, mi recavo in autobus al centro commerciale per comprare frettolosamente un rimpiazzo.

Si dice che il tempismo sia tutto: beh, io dopo quella mattina la Del Rey non l’ho più lasciata. Adesso di “Born to die” ho addirittura l’edizione speciale, detta “Paradise edition”, contenente la versione estesa del disco originale (15 tracce invece di 12) più un secondo CD con 8 brani inediti. Non l’ho vista al Palaeur a causa della mia idiosincrasia verso i concerti mainstream che si fanno pagare cifre folli in luoghi con un’acustica raccapricciante. Ed anche perché temo che quel tipo di musica e quella voce non rendano molto bene dal vivo.

Il disco non è iper-prodotto: è iper-super-mega-prodotto. Ma il suono perfetto e vagamente (vagamente?) patinato è l’unico vero difetto che ha. La voce di Lana è quella che è: poca. Ma cazzo se la sa usare!

Buona parte del cantato è su toni bassi – talvolta molto bassi – e disinvolti, non è solo lei che li prende facilmente, quasi chiunque ci riuscirebbe. Verrebbe da dire toni da conversazione, se non fosse che una che ti parla così la sbatti contro il muro non appena ti ha salutato: una voce liquida, lasciva, erotica. Quando si alza, passa ad un semi-sussurrato (proprio perché i mezzi non ci sono) morbido, dolciastro e lolitesco che, dopo averla attaccata alla parete, ti conduce dritto alla figura di merda causa scarsa durata. Languore, sesso e coccole. Troppa roba.

La musica è principalmente un pop moderno lento e sofisticato, per lo più dimesso, maliconico e scuro – quando qualche canzone si scioglie e accelera sembra quasi fuori posto. Dentro ci si trovano alla perfezione toni e testi da ragazza cattiva o, peggio, da giovane fanciulla ingenua vittima degli altri e delle proprie deplorevoli inclinazioni, messi lì da una che conosce molto bene l’argomento, con qualche estemporaneo momento di tenerezza vera, spontanea, mai trita o retorica.

La cosa davvero incredibile è che a tutto questo si aggiunge che ogni singolo pezzo, sovente già buono di per sé, contiene la killer line, il frammento che ti entra dentro, ti prende per la colonna vertebrale, ti scuote su e giù, avanti e indietro, ti travolge e ti lascia sfinito e soddisfatto. A volte è il ritornello, altre il bridge o l’inciso, in alcuni casi si tratta di piccole sequenze sparse per tutta la canzone. Attimi maestosi. Che, per di più, Lana sa prendere, interpretare: ti tira fuori lo scossone, ti tiene lì, elettrico e smanioso di averne ancora e poi se ne va, pronta a tornare mezzo minuto dopo. Qualcosa che non si può simulare con la produzione o costruire ad arte in laboratorio, deve venire da dentro, dalla profondità e colpire, devastare e lasciare a terra. Altro che patinatura!

Che dire? Se tutte le pop star svociate e un po’ zoccole fossero capaci di raggiungere queste vette, queste profondità umane, il mondo sarebbe un posto migliore. Mi accontenterei anche del 30%.

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