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Negli ultimi giorni mi sono temporaneamente trasformato in una specie di groupie: ho seguito in giro per il centro Italia la pianista giapponese Hiromi, della quale parlai in passato, perché ricordavo molto nitidamente cosa significasse vederla suonare dal vivo – una così chi se la scorda? Dunque giovedì sono andato con amici a sentirla suonare all’Umbria Jazz in duetto col pianista dominicano Michel Camilo. La sera dopo l’ho vista a Pescara col suo Trio Project, assieme al bassista Anthony Jackson ed al batterista Simon Phillips.

Avrei tante cose da dire su queste due serate, il problema è che non so da dove partire: Hiromi è semplicemente troppa.

Cominciamo col sottolineare che entrambi i festival prevedono serate con doppio concerto, quindi tutte e due le esibizioni sono state troppo brevi. Ora, io avrei potuto starla a sentire adorante fino alle quattro del mattino, quindi forse non faccio testo, ma un’ora e venti è oggettivamente pochino, soprattutto per una che dilata i pezzi con improvvisazioni magnifiche, fantasiose, divertenti e sempre coinvolgenti, peraltro con compagni di esibizione altrettanto validi nel fare lo stesso e nel non trasformare mai i momenti in cui hanno completa libertà esecutiva in masturbazioni per ostentare la propria perizia, e che ha un repertorio decennale di materiale di ogni tipo. Bilanciamo ammettendo che sia nell’arena Santa Giuliana a Perugia che, soprattutto, nello splendido teatro D’Annunzio Pescara la cornice paesaggistica ha contribuito a creare un’atmosfera suggestiva ed evocativa.

Due concerti completamente diversi in ventiquattr’ore. Opinione personale, bellissimo, sorprendente ed insolito il primo, ma vederla nel trio, con i due compagni che la seguono nelle sue creazioni recenti, è un’altra cosa, magari più scontata, o quantomeno più usuale (soprattutto per una che può fare, e fa, praticamente qualsiasi cosa), ma assolutamente travolgente.

In entrambi i concerti Hiromi ha suonato un brano da sola. A Perugia, ovviamente, sia lei che Camilo lo hanno fatto. Camilo ha suonato un tipico pezzo jazz al pianoforte, splendido, impetuoso e coinvolgente, con citazioni e richiami, davvero bello. Hiromi invece si è divertita: ha scherzato, giocato e cazzeggiato – il tutto con le note, non a parole. Invece che cercarsi l’applauso scrosciante ha preferito ridere. A Pescara, dopo pezzi trascinanti, energici, straripanti con Phillips e Jackson, si è dedicata ad un pezzo soffice, struggente e malinconico, che mi ha lasciato senza parole oltre che senza fiato. Lei è così.

Mentre suona si agita, si muove freneticamente, si alza, scalcia, dimena corpo, gambe, testa e spalle, fa espressioni buffe e assurde e soprattutto geme: non vedo come si possa dare torto a chi sostiene che suonare la ecciti e soddisfi sessualmente. Vederla assieme ad un altro pianista è curioso. Camilo suona lo strumento, lo sfrutta e ne tira fuori quello che vuole. Hiromi no: lei lo prende e lo brutalizza, lo trascina nel suo paradiso/inferno personale, lo fa a pezzi e lo rimonta, e lo usa per fare tutto questo anche a sé stessa. Pazzesco.

Venerdì pomeriggio, arrivando al teatro D’Annunzio, non avendo idea di come fosse organizzato, nell’attesa che mi raggiungesse un’amica per un aperitivo pre-concerto, ho provato a dare un’occhiata: era aperto e sono entrato. Hiromi stava facendo il soundcheck. Ho avuto occasione di guardarla provare e mettere a punto strumento ed amplificazione per una mezz’ora, dare indicazioni ai tecnici, suonare perfettamente i pezzi quasi con aria distratta, chiacchierare con i tecnici ed il tour manager, dare vita a brani che la maggior parte dei musicisti che si sentono in giro darebbe l’anima per saper concepire e poi suonare così.

Il problema è che il punto non è saperli scrivere e saperli suonare, ma saperli interpretare e rivoltare, calarsi nei brani, nel concerto, darsi allo strumento ed alla musica come Hiromi ha fatto due ore dopo. Hiromi non scopa col pianoforte ogni volta che ci si siede perché non sono i brani che fanno il pathos: è lei che dà vita ai pezzi suonandoli come, quando e soprattutto e quanto vuole, che quando si esibisce e ne termina uno ha il fiatone e la voce che trema, esausta e sfinita. È lei che fa cose come farsi prendere dal crescendo e arrivare alla fine della tastiera continuando a suonare l’aria con la mano destra e i tasti con la sinistra, per poi allontanarsi dal piano e tornare a sedersi imbronciata qualche secondo dopo.

Seriamente, che altro chiederle? Altro che due volte mi piacerebbe vederla dal vivo.

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