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Avevo appena finito di congratularmi con la popolazione italica per il discreto successo di pubblico riscosso da Hiromi nelle due date in cui l’ho vista (arena Santa Giuliana a Perugia piena, teatro D’Annunzio a Pescara pieno per due terzi, ma il Pescara jazz non è particolarmente conosciuto), ed ecco che lunedì sera mi ritrovo il Centrale del Foro Italico mezzo vuoto per il concerto di Elio E Le Storie Tese: pieno il parterre, gente nelle tribune basse e in curva, tribune alte semideserte. Niente a che vedere con il pienone di villa Ada dello scorso anno, quando comunque venivano da Sanremo e dal concerto del primo maggio (con relativa canzone a sfotterne l’ambiente).

L’anno scorso il concerto era stato orientato a promuovere “L’album biango”, eseguito più o meno per metà, quest’anno invece si è trattato di una sorta di greatest hits, con pezzi pescati dappertutto e solo tre brani dalla loro ultima pubblicazione. Sempre assente Rocco Tanica, ancora sostituito dall’ottimo Carmelo, mentre il gruppo dedica sempre più spazio a Paola Folli, che chiaramente si diverte moltissimo ed inizia ad essere molto apprezzata dai fans.

Tanti classici e qualche chicca: inizio con “Born to be Abramo”, poi, in ordine sparso, “Servi della gleba”, “El pube”, “Uomini col borsello”, “Rock and roll”, “Storia di un bellimbusto”, “Parco Sempione”, “Complesso del primo maggio”, finalone con “Tapparella”. Mi piacerebbe che una volta o l’altra ritirassero fuori due pezzi sottovalutatissimi da “Eat the phikis”, ossia “Lo stato A, lo stato B” e soprattutto “Li immortacci”, per non parlare di buona parte di “Elio samaga…” (“Carro”, “Cateto”, la vergognosa “Piattaforma”, “Cassonetto differenziato per il frutto del peccato”, senza citare le ovvie “John Holmes” e “Cara ti amo”).

In grandissima forma Faso e soprattutto Christian Meier, l’assenza di Tanica relega le tastiere un po’ in secondo piano anche se Carmelo è un uomo di spettacolo vero, Cesareo molto presente e come al solito silenzioso e quasi appartato, Paola Folli debordante, Mangoni ovunque (terribile soprattutto con la mise rosa del burlesque maschile per “Born to be Abramo”). Elio, come sempre, tra il simpatico ed il burbero, a volte non si capisce se certe cose le dica per scherzo o sul serio – diciamo che qualche uscita, se messa in bocca a qualcun altro, non susciterebbe certo risate. Buona qualità audio e soprattutto ottima, strepitosa qualità musicale unita alla sensazione di vedere gente che se la gode e fa quello che ama.

Per 15 euro, un concerto eccezionale – sempre alla faccia di chi si fa pagare 40-50 euro avendo il triplo (se non oltre) del pubblico e suonando peggio e per meno tempo in posti con acustica peggiore ed enormi, nei quali è difficile vedere qualcosa. Considerato che 15 euro è più o meno il costo di una serata in pizzeria tra amici, non c’è paragone possibile.

Una piccola considerazione personale, già espressa l’anno scorso e sempre valida: il confronto con la pizza tra amici non è casuale. Una pizza con gli amici è divertente, rumorosa, cameratesca, si parla di tutto e talvolta finisce anche che sotto alle stupidaggini si nascondano discorsi profondi. Ma non è un appuntamento galante, in cui ci si mette in gioco e si provano sensazioni più intime e più forti. Ecco, a tre giorni di distanza, Hiromi è stato un appuntamento galante, come le CocoRosie lo scorso anno.

Non ha molto senso paragonare una cena a due con la donna che fa brillare gli occhi e un’uscita di gruppo, più o meno come non ha molto senso paragonare opere come “La dodicesima notte” e “Re Lear” – e, per favore, “La dodicesima notte”, non “L’aereo più pazzo del mondo”. Oltretutto, sempre di Shakespeare si tratta. Semplificando, “la dodicesima notte” racconta la vita utilizzando il trivio e facendo ridere, “Re Lear” racconta l’uomo utilizzando la lirica e scavando nelle persone.

Servono tutte e due, sono interessanti tutte e due, ma mentre Hiromi fa a botte col pianoforte a me si attorcigliano le viscere.

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