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Simple Minds caveaSi è concluso ieri il mio personalissimo festival jazz-rock da quattro concerti in 10 giorni  con i Simple Minds all’auditorium Parco della Musica, che hanno potuto suonare solo perché a volte persino in Italia c’è qualcuno che impara dal passato: dopo l’esibizione di Cat Power dell’anno scorso, prima quasi annullata e poi tenuta in condizioni semicatastrofiche a causa di un acquazzone nel pomeriggio, la Cavea quest’anno è stata dotata di un palco con una struttura sovrastante chiusa che ieri ha impedito alla strumentazione sul palco di bagnarsi con la pioggia iniziata alle sette e un quarto, ed ha poi consentito agli addetti di concentrarsi sul rendere più o meno agibili i seggiolini invece che asciugare il palco ed a Jim Kerr e compagnia di presentarsi in scena prima delle nove e dieci. L’architettura ha anche consentito di sistemare la band come in un normale concerto rock, non a 20 metri dalla prima fila come la povera Chan Marshall lo scorso anno.

Cavea piena. Dopo il mezzo flop delle sorelle Labèque con teatro Olimpico semideserto a fine maggio e il Centrale del Foro Italico pieno a metà per Elio E Le Storie Tese la settimana scorsa, una notizia discreta sullo stato di salute dei musicofili romani. Pubblico ovviamente di una certa età, d’altra parte stiamo parlando di un gruppo che l’ultimo, vero, grandissimo album lo ha pubblicato nel 1995 – poi non ha fatto solo schifezze (e soprattutto non ha smesso di inventare, vedi “Neapolis” del 1998), ma non è più tornato su certi standard che un tempo erano l’abitudine. Ma dopotutto, chi davvero ci è riuscito?

Jim Kerr ha la sua età, ma vocalmente è ancora presente e anche come presenza scenica, sempre un po’ gigione (in particolare con l’italiano), fa la sua porca figura. Il suono è solido, pieno, bello, l’acustica è buona e il concerto scorre piacevolmente attraverso pezzi classici e meno classici pescati da tantissimi e diversissimi dischi, dalle origini (soprattutto) agli ultimi lavori. Qualche chicca, qualche buco inevitabile per una band che pur mantenendo un’idea musicale ha spaziato in svariati approcci stilistici solleticando preferenze molto eterogenee. Non si può avere tutto andando a vedere una band con 35 anni di carriera: personalmente, ho trovato singolare l’aver del tutto ignorato “Good news from the next world” e, fino all’ultimo bis, “Once upon a time”, mentre ho apprezzato moltissimo l’inserimento in scaletta di “Mandela day” e “Theme for the great cities”.

Kerr ha un vizio: con l’avanzare del concerto inizia a cantare i pezzi come gli fa comodo, stravolgendo ritmiche, metriche e melodice, il tutto mentre dietro la band fa un lavoro egregio e, con la parziale eccezione dell’ottimo Charlie Burchill alle chitarre, non si prende particolari libertà. Il concetto di improvvisazione è un po’ diverso e consiste nella band che segue il solista (dalla quarta fila del teatro D’Annunzio e dai DVD, ad esempio, si vede benissimo quando Hiromi ed i suoi compagni sul palco comunicano a occhiate e cambiano la struttura di un pezzo – e si capisce anche meglio avendo prima assistito al sound check), non nel solista che fa quello che gli pare mentre la band esegue, ma Kerr lo conosciamo, e dopo la carriera che ha avuto sarebbe curioso sorprendersene. D’altra parte, è altrettanto vero che il suo cantato è personale ed inconfondibile, basta sentirgli cantare quattro note per riconoscerlo sempre e senza ombra di dubbio. In questo, un grandissimo.

Dopo quasi due ore di esibizione, due ritorni sul palco e tre chiusure spettacolari – “Don’t you (forget about me)”, che è perfetta per farsi richiamare in scena, “New gold dream” che credevo avesse chiuso definitivamente e “Sanctify yourself” – finisce un gran concerto da parte di una grande band che dopo 35 anni è sempre lì, “alive and kicking”, bella da vedere ed ascoltare e che oggi (dal mio punto di vista di fruitore, fortunatamente) non riempie gli stadi per una semplice questione di marketing e tempistiche sfortunate, ma che diverte e si diverte, emoziona e si emoziona, oltretutto per cifre più accessibili di chi tira su sessantamila spettatori alla volta.

Bellissima serata.

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