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Sia - Colour The Small OneAll’universo musicale mainstream manca un decennio. No, non prima della fine, parlo di date di nascita: sono pochissime le star vere, quelle che tutto il mondo conosce, nate tra la fine degli anni Sessanta e la fine dei Settanta. Sì, ovviamente ce ne sono, Dolores O’Riordan (1971), Chris Martin (1977), Matthew Bellamy (1978), ma la generazione che si è formata negli anni Ottanta – quella che quando giravano “Call me” e “Video killed the radio star” era tra le gattonate e i 10 anni e che quando usciva fuori il grunge era tra i 13 ed i 22 – è terribilmente sottorappresentata.

Qualcuno potrebbe vederci una conseguenza della povertà culturale del decennio di Reagan, degli yuppies, delle borchie e dei jeans elasticizzati, ma basta andare a vedere cosa succede in ambito indipendente. Lì di roba ce n’è anche troppa, di fatto c’è tutto quello che non si trova su MTV e Radio Dimensione Suono, il che suggerisce che chi è cresciuto in certe situazioni e ha qualcosa da dire, se ne frega di dirlo al mondo, perché sa che certe cose al mondo non arrivano e non interessano comunque: si concentra su chi vuole starlo a sentire.

E parlo di gente come Kay Hanley (1968), KatieJane Garside (1968), Ani DiFranco (1970), Cortney Tidwell (1972), Jesca Hoop (1975), Rachael Yamagata (1977) e di interi gruppi, Dresden Dolls, Ladytron, Sixpence None The Richer, This Ascension e l’elenco sarebbe sconfinato. Una quantità di artisti, band, filoni, movimenti a cui è quasi impossibile stare dietro, e che hanno spesso superato la barriera della nicchia, raggiungendo una certa notorietà generale.

La “scelta” indipendente è la scelta di decidere in proprio cosa fare, quando farlo e come farlo, una scelta di controllo contro l’universalità, parlare a poche persone disposte ad ascoltare contro rivolgersi a chiunque, entrare nella vita del proprio pubblico, magari cambiargliela, guidarli a guardare dentro sé stessi contro imporsi sul mondo e rivolgersi alle masse. Una scelta per certi versi femminile anziché testosteronica, di espressione ed empatia anziché di affermazione e realizzazione, una scelta per certi versi figlia della cultura degli anni Ottanta – scegliersi un ambiente e distinguersi coi dettagli, non omologarsi e tentare di emergere dalla massa.

E non è, come molti credono, una scelta di livello – profilo basso contro coglioni sguainati – né di rinuncia alla patinatura contro dischi impeccabili, ben suonati e realizzati, perché per un suono raffinato non serve il mega produttore e per il grande impatto e le sonorità travolgenti non servono i soldi della major. Certo, bisogna essere capaci e sapere quello che si vuole, un passaggio che la pop star iper-prodotta può anche permettersi di saltare: ma poi, è giusto?

Sia Furler è tutto questo. Nata nel 1975 in Australia, vocalist ospite di un gruppo sostanzialmente di nicchia come gli Zero 7, musicista indipendente che scrive, realizza e produce i suoi lavori con amici collaboratori scelti volta per volta sulla base delle scelte contingenti, ed ottiene risultati magnifici.

“Colour the small one” è tutto questo. Un disco strepitoso di grande, grandissima espressività, sonorità, musica. Che musica, non saprei, semplicemente musica: voce, basso, batteria, piano, tastiere, chitarra. Di solito la chiamano “downtempo”. Ritmi blandi, atmosfera soffusa, relax, calma, dolcezza e sogno. Un suono pieno, elegante, raffinato. Una voce morbida, sensuale, carezzevole e limpida, che non si alza quasi mai e che non ha bisogno di gridare per essere eccezionale. Canzoni che personalmente ascolto sdraiato o quasi: alla seconda, mi accorgo come le gambe iniziano ad alleggerirsi, ad affondare lentamente nel materasso, mentre il collo si rilassa e comincia a formarsi quella piccola bolla nel petto che lo espande, che dà quella sensazione di benessere, di gioia. Se avessi Sia accanto a me a cantare, credo che inizierei letteralmente a sciogliermi.

Ma il disco continua, va avanti lungo brani sublimi, delicati, facendomi scivolare deliziosamente come in quello stato in cui inizi a perdere coscienza, sei ancora sveglio e consapevole, eppure tranquillo, beato – fino ad invertire la tendenza con un finale in crescendo, emotivo quanto musicale, che coinvolge le ultime tre canzoni (mamma quanto è bella “Numb”!), e si chiude con una specie di sveglia che, proprio come dopo un lungo sonno rinfrancante, ti rimette al mondo: ed eccoti lì, sei di nuovo in piedi, pronto, forte.

Album superbo.

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