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Ogni tanto, fortunatamente di rado, qualcuno nel mondo dà di matto, esce di casa armato e comincia a sparare. Siccome capita raramente, è ovvio che non si tratti di un’emergenza, per cui succede che talvolta qualche giornale ci faccia il pezzo sensazionalistico, ma per il resto la faccenda è giustamente trattata come residuale e studiata dagli addetti ai lavori.

Poniamo però che la frequenza di questi eccessi si moltiplichi fino a diventare un problema: la rilevanza sociale del fenomeno, la maggiore disponibilità di dati ed il fatto che riguarderebbero un universo complesso e vasto imporrebbero di trattare il tutto diversamente, come un qualcosa da prevenire a livello massiccio invece che reprimendo in casi isolati, se non altro per motivi di pubblica sicurezza. Supponiamo a questo punto che la statistica permetta di collegare il fenomeno con la perdita del lavoro: ovviamente non tutti i disoccupati sono dei potenziali assassini, ma la furia omicida colpisce solo i disoccupati.

Una società ha sostanzialmente tre modi di reagire: uno intelligente, uno virtuoso ed uno stupido. Quello intelligente consiste nel parlare con chi ha dato i numeri, fare ricerche psicologiche e statistiche per determinare le concause più frequenti e cercare di prevenire ulteriori esplosioni, ad esempio fornendo a chi viene licenziato in determinate situazioni un aiuto personale; quello virtuoso consiste nell’agire sulle cause primarie, cercando di rilanciare l’economia e combattendo la disoccupazione, che tra l’altro è un problema anche a prescindere dai folli che sparano; quello stupido consiste nel considerare chiunque perda il lavoro un potenziale assassino, quindi prendere i disoccupati, affibbiare loro l’etichetta di eversori o terroristi e porli sotto sorveglianza costante, o addirittura rinchiuderli.

A giudicare dalle reazioni all’incauto, scentrato e un po’ superficiale intervento di Alessandro Di Battista del M5S sul terrorismo, ed in generale a quello che succede in Ucraina, Israele, Libia e Iraq, l’Italia ha una forte predilezione per la soluzione stupida.

Una volta lessi un aneddoto: in Sicilia, una signora rimasta vedova si rivolse dappertutto per ottenere un lavoro che permettesse la sussistenza a lei ed alla sua famiglia; di fronte all’infinito numero di rifiuti subiti per via istituzionale, fu costretta a chiedere aiuto a Cosa Nostra, che si dimostrò in grado di risolvere il problema. Il mafioso pentito che raccontava questa storia commentava dicendo che, finché la mafia sarà in grado di farsi carico della povera gente meglio dello Stato italiano, non ci sarà speranza di sconfiggerla.

Trasferiamo tutto questo a Donetsk, a Gaza (ma anche a Tel Aviv) e nelle campagne libiche ed irachene, dove l’autorità costituita quando va bene non è in grado di impedire che qualcuno spari sulla folla, quando va male è lei stessa a farlo. Il quei luoghi il problema non è dare una vita dignitosa ai propri figli, è proprio impedire che muoiano sotto le bombe, sganciate a volte dal governo in carica o dai suoi alleati, il problema è che rivolgersi ai modi spicci di Hamas, delle milizie filorusse, dell’ISIS e dei fondamentalisti islamici per avere una protezione che chi di dovere non è interessato a garantire diventa una scelta naturale e comprensibile. Possiamo chiamare queste persone terroristi e rifiutarci di parlare con loro, e possiamo farlo da dentro uno Stato le cui istituzioni nel 1993, come appare oramai storicamente accertato, trattarono la fine degli attentati mafiosi non con la povera gente che si rivolgeva alla mafia per mancanza di alternative, ma direttamente con Bernardo Provenzano; possiamo accusare queste persone di essere manipolate o in malafede e sottolineare come sia noto che Hamas usa civili come scudo e nasconde i missili dove vive la gente, da dentro uno Stato, peraltro non in guerra, in cui milioni di persone credono che Berlusconi sia un sant’uomo perseguitato dalla magistratura comunista; ma francamente non sono sicuro di dove tutto questo vada a parare.

L’errore di Di Battista, assurdo a maggior ragione per uno che conosce bene la malafede nel riportare le dichiarazioni altrui, e che dovrebbe dunque evitare di esporsi a fraintendimenti (o anche ad interpretazioni corrette ma cialtrone, se le cose sono scritte in modo approssimativo) atti a radicalizzare le posizioni, è quello di aver utilizzato la terminologia generica di terrorismo, senza fare distinzioni, mettendo nello stesso pentolone chi si fa saltare in aria dopo che la sorella è stata uccisa in un bombardamento, chi si affida a dei miliziani dopo aver visto morire il proprio figlio di 7 anni mentre era a scuola ed organizzazioni ricche, potenti e criminali come Hamas o l’ISIS (in particolare quest’ultimo, gonfio di soldi, dotato di armi americane di ultima generazione e composto da gente di etnia sunnita), che, come la mafia in Italia, si sa benissimo cosa vogliono – per lo più soldi, potere e controllo del territorio – e che cosa sono disposti a fare per ottenerlo – a livello macro, non il bene della gente.

Io non so se si sia trattato di ignoranza, approssimazione o ingenuità, ma è stato un errore grave, soprattutto se la gravità di un errore si misura in termini delle sue conseguenze. Di Battista ha scritto che stava cercando di capire. La prossima volta si renda conto che quello di parlamentare non è un seggio dal quale si può pensare ad alta voce, faccia qualche sforzo in più e porti avanti un discorso giusto ed assolutamente condivisibile in modo strutturato e responsabile.

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