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Smetto quando voglioQualche sera fa sono stato coinvolto da amici in una serata a Castel Sant’Angelo con cena e cinema all’aperto. Quando mi hanno proposto il film, “Smetto quando voglio” ho tentennato, poi ho deciso di andare, anche perché l’alternativa era restare a casa.

C’è da dire preliminarmente che abbiamo perso i primi 10 minuti di pellicola perché lo stand presso il quale abbiamo cenato è andato nel pallone per friggere qualcosa come 6 o 7 piatti con i tavoli quasi tutti vuoti, finché ad un certo punto, mentre noi aspettavamo che le ordinazioni venissero evase, cosa che avveniva con una lentezza esasperante ed una cadenza singolare, il gestore ha pensato bene di chiudere temporaneamente la cassa per sopraggiunta congestione della cucina con 10 piatti da preparare: quindi lì per lì non ho avuto modo di apprezzare (lacuna colmata in seguito) la magnifica scenetta iniziale del barone squallido e approssimativo che se ne frega di quello che gli succede attorno, con particolare riferimento alla carriera dei suoi sottoposti, e pensa solo a chiedere e distribuire favori – cosa quest’ultima che non è in grado di fare, almeno come vorrebbe lui. Inoltre, a causa del fatto che il cinema aveva venduto più biglietti dei posti disponibili, abbiamo assistito alla proiezione appollaiati su un muretto laterale, il che magari è risultato poco comodo, ma ci ha consentito di commentare e parlottare per tutta la durata della visione senza dare fastidio a nessuno. C’è stato anche l’increscioso incidente di un’amica che a pochi minuti dalla fine si è lanciata da detto muretto finendo lunga distesa per terra, fortunatamente senza conseguenze, perché aveva visto un topo, ma questa è un’altra storia.

Per ambientare culturalmente il film, diciamo che appartiene al produttivo ed interessante filone cinematografico italiano che potrei definire post-Boris: opere, per lo più commedie, solitamente molto intelligenti, come direbbe Stanis poco italiane (nel senso della realizzazione, le storie invece raccontano perfettamente l’Italia), in cui attorno al protagonista, solitamente un nome di un qualche livello, ruotano alcuni attori usciti dalla spettacolare serie tv italiana di qualche anno fa. In questo caso, si tratta di Stanis, Biascica e uno dei tre sceneggiatori. Inoltre, in questo film si apprezzano anche Libero De Rienzo, indimenticabile su “Santa Maradona” ed anche qui con un personaggio di nome Bartolomeo, Neri Marcorè e Lorenzo Lavia, figlio di Gabriele.

La storia è nota: alcuni ricercatori accademici, estromessi dalle rispettive università per mancanza di fondi e cialtroneria altrui, sbarcano il lunario come possono, per lo più con gravi difficoltà perché nessuno vuole assumere un dottore di ricerca come operaio o cameriere, fino al momento in cui, su intuizione del neurobiologo del gruppo, decidono di sintetizzare una sostanza psicotropa, una smart drug non ancora catalogata dal Ministero della Salute, e di spacciarla nei club romani. La banda, con un modello di business evoluto che sfrutta le competenze dei suoi membri iperistruiti, dall’econometria all’antropologia, ci mette davvero poco ad impossessarsi del mercato ed a perdere il controllo della situazione quando gli incassi arrivano copiosi, facendo oltretutto indispettire i malavitosi veri.

Si ride, si ride e si ride, e si continua a ridere quando le cose si complicano, quando i protagonisti vengono introdotti in ambienti altolocati e ritrovano i loro presunti mentori ancora impiegati nei loro intrallazzi, ed anche quando tutto sembra procedere verso il baratro, con un finale a sorpresa amaro e grottesco. Una satira ferocissima della società italiana degna del miglior Boris, una sceneggiatura costellata di autentici colpi di genio, sia nello sviluppo che nei dialoghi, una rappresentazione monumentale dei vari livelli di sfascio dell’Italia e dei dilemmi di chi si ritrova in mezzo ad una strada mentre chi gli fa la morale ruba, delinque e prende tutto quello che può trovando tutte le scappatoie possibili per non pagare mai il conto e non farsi mai da parte. Un’ora e quaranta passata a tenersi la pancia che restituisce una sintesi del mondo circostante perfetta e nauseante.

Imperdibile. Un grazie di cuore a chi mi ha portato a guardarlo.

Una domanda, tanto per la cronaca: chi è la gnocca impossibile che interpreta Paprika, la escort russa? Si può avere il numero del telefonino?

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