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In principio fu Josè Mourinho, che arrivò a Milano, prese una squadra che vinceva da quattro anni, la fece vincere di nuovo, chiese degli interventi strutturali in alcuni ruoli coperti da giocatori che per una cavalcata basata sulla continuità andavano benissimo ma non erano in grado di competere quando si doveva fare una partita alla morte contro un avversario fortissimo, e la portò in cima al mondo, per poi lasciarla lì, sedotta e abbandonata, dopo l’orgasmo più intenso della sua storia.

Dopo di Lui, come da consolidata tradizione, venne il diluvio: una serie di condottieri ai quali si chiedeva non tanto di rinverdire i fasti, in una squadra vecchia e appagata già di per sé impossibile, quanto di essere proprio come Lui. L’Inter del Triplete non è stata in grado non tanto di accettare il proprio invecchiamento e la necessità di adattarsi, quanto il non essere più proprio quella Inter. A cominciare dalla società, che ha anellato una quantità di errori strategici, il primo dei quali osteggiare apertamente il migliore allenatore che si poteva ingaggiare sul mercato una volta partito Lui, nella vana ricerca di ritrovare l’alchimia, non rendendosi conto che Lui era scappato proprio perché sapeva che il maggio 2010 era una cosa che quell’Inter non avrebbe mai più nemmeno potuto avvicinare, e non c’erano le condizioni economiche e mentali per crearne un’altra da zero.

Sono passati quattro anni e mezzo e all’Inter è cambiato tutto, ma davvero tutto: la proprietà, la dirigenza, la rosa, lo staff medico. Sono cambiati anche 6 allenatori, nessuno dei quali è finora durato più di 16 mesi, e nessuno dei quali è mai sembrato neanche minimamente in grado di contrastare efficacemente un avvitamento su sé stessa di una squadra in caduta libera e di una società incapace di porsi una prospettiva diversa dalle prossime 4 partite.

Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri, Stramaccioni e Mazzarri sono tutti stati accolti come i salvatori della patria per poi essere messi sulla graticola alle prime difficoltà, chi il giorno dopo la presentazione, chi solo qualche mese più tardi. Solo Leonardo è stato sufficientemente abile a sparire prima che gli spifferi lo uccidessero. A tutti sono state fatte delle promesse che poi non sono state pienamente mantenute, a tutti è stato detto che avrebbero avuto dei rinforzi, tutti hanno visto partire degli elementi cardine della rosa, chi appena arrivato (Benitez e Gasperini), chi dopo aver impostato un lavoro di squadra attorno a loro (Ranieri e Stramaccioni). Tutti hanno visto l’atteggiamento societario trasformarsi in un mostro che metteva alcuni giocatori davanti a loro nelle gerarchie, che li delegittimava a mezzo stampa, che faceva di tutto per cucinarli e scaricare loro addosso le colpe.

Tutti tranne uno: Walter Mazzarri. Arrivato e solo parzialmente accontentato sul mercato (non gli hanno preso i giocatori che chiedeva, ma è stato l’unico del post-Mourinho assieme a Leonardo a cui non hanno indebolito la squadra), ha dovuto subire il passaggio di proprietà della società Inter, che l’anno scorso qualche punto tra fine autunno ed inizio inverno è sicuramente costato, poi è finito in una situazione che i predecessori non hanno nemmeno intravisto: squadra rinforzata a gennaio, protezione societaria, appoggio, rinnovo e di nuovo una sessione di calciomercato improntata al coordinamento, tra l’altro senza aspettare i saldi dell’ultimo momento, ed un ambiente che sembra avere un’idea di cosa fare nel medio periodo.

Eppure eccolo lì che e piange misera ogni cinque minuti – e se lui si lamenta Stramaccioni, Ranieri e Benitez avrebbero dovuto farsi saltare in aria per protesta – dopo che in 15 mesi non è riuscito a dare all’Inter un’identità di gioco o caratteriale diversa dall’arroccarsi in difesa a protezione dello 0-0 e se le cose non vanno come previsto la partita è andata. Da dentro una bolla in cui viene protetto da qualunque attacco esterno, anche per via di un incomprensibile rapporto privilegiato coi media, piagnucola come uno Stramaccioni non ha nemmeno mai pensato di fare pur avendo il triplo delle ragioni per farlo, prendendosela con qualunque cosa capiti a tiro, compresi i suoi giocatori di maggior talento ed il pubblico. Sembra John Belushi minacciato con un mitra da Carrie Fisher sui Blues Brothers, solo che qui il mitra non c’è, e se c’è è lui che se lo punta addosso da solo.

E il bello è che c’è gente che gli crede. A un pivello al debutto con una rosa senza senso, a cui la società mise fuori rosa Sneijder, finito in un tritacarne mediatico dopo essere rimasto senza difesa e senza attacco a causa di un numero spropositato di infortuni quasi tutti da trauma, no; ad un consumato professionista arrogante e supponente, che non ha nessun problema societario, che è coccolato dalla stampa e non riesce comunque a combinare niente, sì. Davvero, io non capisco.

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