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Gli scrittori americani che vengono più o meno periodicamente accostati al premio Nobel per la letteratura sono due: Philip Roth e, meno frequentemente, Cormac McCarthy. Su queste pagine ho già provveduto a demolire entrambi ma, al di là della mia opinione sulle opere, mi rimane il dubbio su come mai queste candidature siano così forti e quasi spontanee, al punto che ogni anno Roth finisce per essere quello che non ha vinto.

Io ho una teoria. Roth e McCharthy si contraddistinguono per una prosa tronfia e didascalica, in cui si propongono con una tale arroganza come depositari di qualche profonda e terribile verità, da infondere nella gente la certezza di avere a che fare con chissà quale genio; contemporaneamente gli americani tendono a dare poco credito a chi tiene un profilo basso, preferiscono stare a sentire chi si ritiene un venerato maestro e come tale si comporta. E già qui si intravede un curioso circolo vizioso (o virtuoso, dipende dalla prospettiva). In più McCarthy e Roth si dedicano con costanza e cattiveria a demolire l’America in tutti i suoi aspetti, dall’attualità alla storia, ma ad assolvere gli americani, almeno quelli perbene, e gli ambienti pseudo-intellettuali statunitensi tendono a considerare molto profondo chi li conforta nella loro opinione di vivere impotenti in una società di merda.

Di conseguenza, uno che si pone verso il mondo con modi da cazzone, che non è animato da livore e rancore ciechi ed universali, che non propina predicozzi con tono da cattedratico, che non giudica dall’alto i suoi personaggi già mentre li sta descrivendo, che delinea lo sfascio della società americana a partire dalle persone comuni, dalla loro natura bieca ed egoista, con un atteggiamento tuttavia bonario e comprensivo perché è consapevole che gli esseri umani sono quello che sono, che non divide il mondo in buoni e cattivi semplicemente perché sa che tutti prima o poi faranno qualcosa di stupido o dannoso e non per pura cattiveria ma per paura o per un malinteso o patologico senso del bene, non ha speranze. Detto in altre parole, uno come Joe R. Lansdale non ha speranze. Non di vincere il Nobel, solo di essere preso sul serio dagli americani.

Un adagio che trovo particolarmente efficace recita: “tu non sei bloccato nel traffico, tu sei il traffico”. È esattamente quello che si prova, e che si capisce, quando si legge Lansdale descrivere lo sfascio della società del sud degli Stati Uniti, composta da quelli che non ce l’hanno fatta, quelli che non hanno retto e quelli che non hanno mai avuto una possibilità. Una società fatta di violenza, squallore, desolazione, ignoranza, sporcizia, tossicodipendenza, rassegnazione, disperazione e criminalità. E se quello che vedi non ti piace, è ora che inizi a guardare nello specchio, perché non vivi in un mondo orribile, sei tu il mondo orribile.

A volte mi sento uno schifo io mentre leggo certe cose, immagino come debba stare un americano dotato di spirito critico.

Il tutto accompagnato da un umorismo pazzesco ed irresistibile, che si sfoga soprattutto in una incredibile capacità di riprodurre le dinamiche dei dialoghi quotidiani, e da un approccio splatter con vena pulp, che propone un realismo estremo, in cui una sparatoria non è come su un film in cui il buono preme il grilletto e uccide il cattivo al primo sparo a 50 metri, ma in cui partono selve di colpi e la gente si manca a 5 metri di distanza, mirando a casaccio, con la mano che trema, per la tensione e magari per l’eccesso di cocaina in corpo. Situazioni portate all’eccesso, in cui la violenza, il sangue, la putrefazione sono aspetti che vengono spiattellati in modo completamente gratuito, eccessivo, e che contemporaneamente danno un senso alle scene, le rendono vive e presenti nella loro assurdità. Qualcosa su cui Lansdale non può essere paragonato a nessuno, perché dopo “La notte del drive-in” sono tutti gli altri che vengono paragonati – sfavorevolmente peraltro – a lui.

Per non essere traumatizzati subito, io consiglio di iniziare con il ciclo di Hap e Leonard – in alcuni libri si ride fino ad avere mal di pancia. E poi di andare oltre, perché Lansdale tenderà anche spesso alla narrativa di genere, ma è un genio vero.

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