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EBTG - Amplified heartBuona parte di chi nel 1995-96 era già nell’età della ragione conosce gli Everything But The Girl per “Missing”, canzone passata alla radio ed in televisione – col suo videoclip notturno, in cui una donna bassa, bruttina e sgraziata camminava per le strade cittadine ripetendo “and I miss you like the deserts miss the rain” – fino alla nausea ed oltre. Immagino che a maggior ragione tra i più giovani la conoscenza della band non vada in generale oltre questo pezzo. In realtà il brano che ha più o meno sfinito mezzo mondo oramai quasi 20 anni fa non era la versione originale del pezzo, ma il “Todd Terry club mix”, una sua versione club-dance che, come buona parte dei remix fatti dai dj, ne conservava solo la traccia vocale e qualche suono a caso, sostituendo il resto con una base drum and bass e con tappeti elettronici.

“Missing” era in realtà il singolo di punta dell’ottavo album (incluso uno di cover), pubblicato nel 1994 col titolo di “Amplified heart”, di una band, o più precisamente di un duo, con una storia poco più che decennale. Come in gran parte dei grandi dischi il singolo che era destinato a farne vendere copie è un faro luminoso seppellito nella seconda metà dell’ascolto, a cui si giunge dopo 20 minuti di preparazione e che ne precede 15 di distacco. Almeno, questa è l’impressione le prime volte. Quando poi la familiarità con l’album si approfondisce, ci si accorge che non si tratta di un lungo contorno al brano con maggiore personalità, quanto che “Missing” è un raggio di luce messo in un posto magnifico, che, nel momento in cui si smette di fissare il suo intenso bagliore, consente di scoprire ed apprezzare le meraviglie che ha intorno.

Meraviglie che non sono lì per tutti, che non si stagliano nitide all’orizzonte, ma che anzi bisogna andarsi a cercare, svelare, guidati dalla luminosità del faro e dalla voglia di scovare qualcosa di insolito ed affascinante, prezioso ed intimo. “Amplified heart” è un disco che entra dentro, ma solo a chi lascia la porta aperta. Se lo si ascolta superficialmente, o se ci si aspetta lo schiaffo emotivo, ci si trova davanti un breve album di pop acustico che non esplode mai e che potrebbe andare bene, forse, come accompagnamento per la guida notturna su strade semideserte ma illuminate o come didascalia su immagini nottune e distaccate della metropoli caotica e luminosa.

Se invece ci si arma di pazienza, curiosità e voglia di lasciarsi trascinare, si incontrano tante e quasi intangibili gemme eleganti, raffinate e soffuse, gli inglesi dicono smooth, e davvero mi riesce difficile immaginare una definizione migliore. Brevi e minute perle che non hanno nessun bisogno di esplodere perché quello che vogliono non è imporsi ed urlare, ma incantare, cullare e raccontare, cantate con una voce tranquilla eppure emozionata ed emozionante, mai sopra le righe, mai alla ricerca dell’applauso, sempre dolce ed avvolgente, spesso un po’ triste e malinconica.

“Amplified heart” è uno dei migliori dischi degli anni Novanta. Curiosamente, un disco quasi acustico, nel decennio che ha contribuito a definire preziosissimi standard per l’elettronica. È sbagliato definirlo, come io stesso ho fatto qualche tempo fa su Twitter, uno dei più grandi, perché qui la grandezza non c’entra niente, anzi, si tratta di un disco fieramente e magnificamente piccolo – a partire dalla durata, sebbene non sia ovviamente quello il punto, ma il senso della misura si vede anche da questo. Un album da ascoltare e scoprire, volta per volta, impressione dopo impressione. Poi non tutti ci troveranno le gemme, ma, francamente, peggio per loro.

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