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Riprendiamo il discorso da dove lo avevamo interrotto: da Renzi con i deliri di onnipotenza che non accetta opposizione, ostruzionismo, critiche e nemmeno proposte di dialogo. Si fa quello che dice lui e basta, e se proprio qualcuno deve dargli consigli sono residenti svizzeri con la sede dell’azienda in Olanda e pregiudicati per frode fiscale.

Già che ci siamo, qualcuno sa dirmi come si definisce uno che va al potere senza passare per le elezioni, impone le proprie decisioni e delegittima le opposizioni rifiutandosi di confrontarsi con loro? Perché io non me lo ricordo.

Parliamo anche dell’altra parte della barricata, però: in questo caso i sindacati. Istituzioni farraginose rimaste probabilmente alle lotte operaie se va bene del secolo scorso (forse di quello prima), che proclamano scioperi e convocano manifestazioni come unica forma di protesta e di leva in sede di trattativa senza avere la minima idea del mondo che li circonda.

A Roma abbiamo un’azienda i cui dipendenti scioperano almeno una volta al mese: è l’ATAC. Per chi se lo fosse perso, si tratta dell’azienda, di proprietà del Comune, che garantisce (a modo suo) il servizio di trasporto pubblico. Ogni tre o quattro settimane conducenti e dipendenti ATAC si fermano: rigorosamente di venerdì, rigorosamente nel rispetto delle fasce di garanzia e rigorosamente per un solo giorno. Ora, ricordiamo cos’è uno sciopero: una forma protesta con la quale i lavoratori stipendiati non lavorano, rinunciando alla paga e bloccando l’attività dell’azienda, guadagni compresi, per convincere gli imprenditori a trattare su specifiche rivendicazioni.

L’ATAC è una società che fornisce un servizio pubblico, lo fa in perdita e viene finanziata tramite tasse. Il prezzo dei biglietti di autobus e metro non è sufficiente a coprire i costi dell’ATAC, le cui perdite vengono coperte attraverso la spesa pubblica, il famoso “paga Pantalone”: trattandosi di un servizio pubblico, infatti, non c’è fine di lucro. Uno sciopero dei dipendenti ha dunque come effetto il fatto che questi ultimi non prendono soldi, mentre l’ATAC limita semplicemente le uscite: meno biglietti venduti, ma anche meno stipendi versati, che come detto non sono compensati dai biglietti. Di fatto uno sciopero contro l’ATAC fa un favore all’ATAC e danneggia la collettività, sia praticamente che finanziariamente. In che modo tutto ciò dovrebbe far leva per difendere gli interessi dei lavoratori le varie sigle sindacali dovranno spiegarmelo, prima o poi.

In generale, che senso ha scioperare contro lo Stato? Che senso ha scioperare contro un disegno di legge? Se chi sciopera è un lavoratore pubblico, allo Stato fa un favore perché lo Stato non pagandolo ci guadagna; se è un lavoratore privato, sta facendo perdere soldi ad un’azienda che magari non c’entra niente, anzi sovente è un’altra vittima di istituzioni ridicole, corrotte e inefficienti.

E che senso ha scioperare per una giornata, tra l’altro a ridosso del week-end? Se si vuole mettere in difficoltà il datore di lavoro, creare un disagio vero, gli strumenti sono altri. Qualcuno se la ricorda la serrata degli sceneggiatori americani di qualche anno fa? Hanno compromesso un anno intero di stagioni televisive, senza guadagnare un centesimo per mesi e causando perdite spaventose alle case di produzione, per poter ottenere un vantaggio di lungo periodo: questa è una vera lotta sindacale. In Italia assistiamo più che altro ad una pantomima, una specie di gioco di ruolo in cui ognuno recita la sua parte senza nessun costrutto. Parte che comprende le assurde e talvolta quasi settimanali manifestazioni del sabato pomeriggio, giorno non lavorativo per la maggior parte dei partecipanti, nel centro di Roma, coi sindacati che organizzano pullman e le persone che si vengono a fare una gita nella Capitale. In mattinata a San Pietro, nel pomeriggio sfilata da piazza della Repubblica a san Giovanni.

Ma è possibile che qualunque aspetto della dialettica politica in Italia debba assumere forme e toni da operetta, in cui nessuno sa cosa succeda davvero, con organizzatori e burattinai da commedia dell’arte ed il placet della gente?

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