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Prima di questa interessante rimpatriata che ha permesso all’Inter di liberarsi di Walter Mazzarri, del suo atteggiamento passivo e lamentoso e della sua immancabile litania di scuse affidandosi ad un tecnico glorioso della sua storia recente e potenzialmente ideale per rilanciare la squadra nella prospettiva di tornare seriamente a competere per qualcosa in un futuro prossimo, Roberto Mancini fu l’allenatore dell’Inter dal 2004 al 2008. Bilancio dell’impresa: quattro stagioni, tre scudetti, due coppe Italia, due supercoppe italiane. Io personalmente lo stimo molto: anche all’epoca della pareggite mi pareva chiaro come avesse un progetto tecnico in mente, e a chi ne chiedeva la testa dopo 11 pareggi in 13 partite di campionato replicavo che ne avrei accettato l’esonero solo per affidare la squadra a José Mourinho.

Arrivò quando l’Inter era la barzelletta d’Italia perché non vinceva mai, e come prima cosa le insegnò a non perdere. Aveva una rosa di livello – con alcuni buchi, alcune promesse che non sono poi state mantenute ed alcuni punti di forza impressionanti, parecchi dei quali (Stankovic, Veron, dal secondo anno Samuel) voluti da lui – che tuttavia era sensibilmente inferiore a quella delle squadre che in Italia gli arrivavano davanti, Juventus e Milan, e che annoveravano Buffon, Thuram, Cannavaro, Vieira, Trezeguet, Ibrahimovic, Nedved, Nesta, Stam, Pirlo, Shevchenko, Seedorf e Kakà.

Una delle critiche più interessanti che venivano rivolte a Mancini nei primi due anni di Inter era che nelle grandi partite gli venivano le fantasie. Contro il Milan e la Juve schierava formazioni inattese, che talvolta portavano ad un pareggio stentato o ad una sconfitta molto combattuta, che come risultato ci stava anche, ma il cui conseguimento era caratterizzato da scelte surreali. Il fatto è che Mancini sapeva di non poter competere contro certe formazioni schierate da Capello ed Ancelotti, magari in condizioni di forma particolarmente buone, quindi, pur di provare a giocarsi la partita invece di tentare solo di non prenderle, la preparava tentando di sorprendere l’avversario e di rendersi difficile da leggere. A volte gli riusciva, più spesso no, ma il punto era provarci, non accettare nemmeno l’idea di partire sconfitti.

Un’altra critica che capitava spesso di sentire, supportata peraltro dai fatti, riguardava la sua idiosincrasia nei confronti dell’Europa. Si è detto, e si dice tuttora, che Mancini non è in grado di gestire la pressione del dentro o fuori, ma per uno che è riuscito a vincere la coppa Italia persino allenando la Fiorentina mi pare una deduzione insensata. Ripercorriamo allora la storia delle quattro eliminazioni della sua Inter dalla Champions League.

Primo anno, ai quarti contro il Milan, una squadra più forte, soprattutto nello scontro singolo, e più abituata a competere su certi livelli: sconfitta 2-0 all’andata, partita sospesa per lancio di oggetti al ritorno. Secondo anno, ai quarti contro il Villareal, che poi andò ad un rigore dal giocarsi la finale col Barcellona: buttati fuori a causa di un’uscita scriteriata di Toldo a poco dalla fine, in un doppio confronto in cui l’uomo migliore dell’Inter, Veron, passò tutto il tempo a litigare con Sorin ed in cui parecchi elementi cardine, tra i quali Adriano e Martins, offrirono prestazioni indecenti. Terzo anno, agli ottavi col Valencia, facendosi rimontare due volte a Milano e pareggiando 0-0 in Spagna: una partita bloccata in cui forse c’era un rigore e sicuramente c’era Burdisso in mediana per mancanza di alternative. Quarto anno, agli ottavi col Liverpool di Gerrard, Xabi Alonso e Torres, vice-campione in carica: 2-0 in Inghilterra con due gol subiti negli ultimi 4 minuti dopo un’ora in 10 a causa di una fantasiosa espulsione di Materazzi, 0-1 in casa dopo un primo tempo in cui Ibrahimovic e Cruz sprecarono l’impossibile e dopo che Burdisso si fece cacciare nella ripresa.

Dopo questo quartetto di eliminazioni, di cui io personalmente gli imputo solo quella col Valencia, soprattutto per la gara d’andata, il fatto che Mancini non sia in grado di gestire la tensione in Europa è diventato un tormentone e, cosa più importante, una specie di complesso per lui, che col Manchester City è riuscito anche a non superare il girone – cosa che nell’Inter gli è sempre riuscita abbastanza agevolmente. Ma l’anno dopo Liverpool, con lo stesso impianto di squadra, persino l’Inter di Mourinho fu frantumata dal Manchester United.

È curioso che sia io a chiederlo, ma un minimo di equilibrio, per favore.

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