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Il Emilia-Romagna, feudo storico della sinistra in Italia, ci sono state le elezioni regionali. Ha votato poco meno del 38% degli aventi diritto. In Emilia-Romagna, patria un tempo del Partito Comunista, della partecipazione popolare alla politica nazionale, oltre sei cittadini dai 18 anni in su hanno deciso di stare a casa e non andare al seggio per esprimere una preferenza tra le varie proposte dei maggiori partiti nazionali. Oltre 6 elettori su 10 non sono riusciti a trovare un partito, una lista, un nome a cui ritenessero di voler affidare il futuro della regione in cui vivono.

Tutti i movimenti politici hanno perso voti rispetto alle precedenti consultazioni. Tutti hanno intercettato un numero di preferenze inferiore rispetto al passato recente. Nessuno ha guadagnato voti, si sono inabissati tutti. Poi, siccome le percentuali si calcolano sulla base dei voti espressi e devono, ovviamente, sommare a 100, c’è qualcuno che ha vinto, che ha, in senso relativo, guadagnato. In particolare ha vinto il PD, e Renzi (o ‘enzi, come lo chiamano i Wu Ming), nel suo elevatissimo concetto di democrazia e di partecipazione, esulta per un risultato determinato da una partecipazione ridicola, grottesca e gravissima. Un’esultanza che descrive il presidente del consiglio molto meglio di tanti discorsi sulla sua politica: un bulletto con forti pulsioni assolutiste che della popolazione se ne frega, anzi, la considera un potenziale ostacolo alla sua carriera.

In Emilia-Romagna il PD ha vinto con il 44,52% delle preferenze espresse. L’affluenza è stata del 37,7%, ma il 3,78% delle schede sono risultate nulle o bianche, quindi la percentuale di voti validi effettivamente espressi sul totale degli elettori è stata il 36,27%. In altre parole, il PD ha vinto le regionali incassando il voto dal 16,15% degli aventi diritto.

Queste sono le effettive dimensioni di consenso che un qualunque movimento politico alternativo deve raggiungere per prendere e rimuovere il PD e tutti i suoi sodali dalle stanze dei bottoni. Per vincere le elezioni contro Renzi, ad oggi, supponendo che Renzi non continui a suicidarsi con un atteggiamento arrogante e monomaniaco che gli sta alienando parecchie simpatie, basta riuscire ad incuriosire in maniera seria poco più del 25% dei delusi e dei rassegnati. Questo, includendo un numero endemico di schede nulle, porterebbe la percentuale dei votanti poco oltre il 52% – una percentuale che un paio di anni fa non era paventata nemmeno dagli analisti più pessimisti. Se si contano anche una discreta parte dei voti che al momento confluiscono su Vendola e su Civati, oltre ad una magari esigua percentuale di chi vota M5S, oggi, per liberarsi di Renzi e del suo PD autoreferenziale, maldestramente destrorso, dilettantesco e indisponibile al dialogo con chiunque, basta recuperare la motivazione di poco più di un deluso su 5 e rimanere attorno se non sotto il tasso di partecipazione del 50%.

Trent’anni fa un partito come il PC, che si basava sulla passione, sul radicamento nel territorio e sulla partecipazione popolare, si sarebbe baciato i gomiti per avere a disposizione un’occasione del genere. C’è qualcuno che vuole tentare la sorte nel 2014?

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