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Misterio Cripta Embrujada MendozaA volte per leggere un libro godibile è necessario passare sopra ad una certa quantità di dettagli, che poi tanto dettagli non sono, roba di fronte alla quale la maggior parte dei lettori fuggirebbe urlando.

Cominciamo dal pretesto letterario: siamo nella Barcellona degli anni Settanta, qualche anno dopo la fine del Franchismo. A seguito della sparizione di una studentessa da un collegio religioso avvenuta con modalità analoghe a quanto successo anni prima in una storia che aveva avuto una conclusione assurda (la ragazza si era materializzata nel suo letto due giorni dopo senza alcuna memoria dell’accaduto), l’ispettore di polizia incaricato delle indagini decide di avvalersi dell’aiuto di un collaboratore privo di senso: l’ospite di un manicomio. Questi, l’io narrante del romanzo, è in realtà una specie di teppistello con la fedina penale lunga un chilometro, un passato allucinante ed un temperamento che non si abbatte di fronte a nulla. Si noti che detto teppistello non ha niente a che spartire con nulla di quanto riguardi il caso presente o quello passato e viene tirato in ballo senza alcuna ragione logica, non gli viene dato nessun tipo di supporto, nemmeno una peseta o un posto dove dormire (anzi, viene prelevato dal sanatorio durante una partita di calcio tra degenti, trafelato e puzzolente, e sbattuto per strada) e gli viene chiesto di risolvere il caso indagando nel torbido, ma senza mai entrare nemmeno in contatto con nessuno dei personaggi a vario titolo coinvolti nella faccenda.

Continuiamo con lo sviluppo: per buona parte della prima metà del libro il nostro eroe, quando parla fuori campo o è lasciato libero di esprimersi, si lancia in soliloqui prolissi e sconclusionati che non si capisce dove vadano a parare. Quando interagisce, tenta senza successo di fare lo splendido o lo spiritoso, e si caccia in una quantità enorme di situazioni ridicole ed imbarazzanti, talvolta di proposito, con un atteggiamento ai limiti dell’irritante. Inoltre si ritrova ad un certo punto perseguitato da un morto, ma non in senso figurato o come fantasma, proprio da un cadavere che inizia a comparire dappertutto, al punto che il lettore si chiede se non si è perso qualcosa. In tutto ciò, commette una collezione spropositata, per numero e varietà, di reati – che peraltro di solito rappresentano il piano B per uscire da qualche situazione, stabilito che il fallimentare piano A era qualcosa di grottesco ed irrealizzabile.

Come si vede, i motivi per depositare questo romanzo nel posto che parrebbe competergli – lo scaffale della libreria che lo vende, o, nel malaugurato caso lo si sia già comprato, il più vicino cassonetto per il riciclo della carta – non mancano. E invece sarebbe un errore. Sarebbe un errore perché il libro acquista via via ritmo e brillantezza. Man mano che, pur da una posizione ingestibile, il nostro si cala nella parte del cugino sfigato e mentalmente instabile di Marlowe, la sua coerenza e la sua lucidità aumentano e diventano dei veri fari guida nell’intricato pasticcio in cui è stato cacciato. Il Poirot dei poveri e degli schizofrenici annusa una balla lontano un chilometro, manipola, indaga, depista la polizia, se ne infischia dei divieti impostigli, compie deduzioni, trae conclusioni e sbeffeggia tutto quello che gli capita a tiro, a cominciare ovviamente da sé stesso.

Il tutto per arrivare ad una conclusione che non sarà il massimo dell’originalità, ma sta in piedi in modo perfettamente coerente e consente anche un po’ di satira sociale, all’inizio particolarmente feroce, poi quando le cose diventano più chiare in modo più amaro e rassegnato, anche se pur sempre con un approccio surreale e comico, supportato da un linguaggio colorito a volte irresistibile.

Ce n’è davvero per tutti, ed è difficile trovare qualcuno che si salvi, sicuramente dagli sberleffi, ma probabilmente anche da un’analisi più profonda. Un libro godibilissimo.

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