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Cat Power - The greatestChan Marshall, in arte Cat Power, è un’icona nell’ambiente della musica indipendente, soprattutto in America. Capita quindi spesso, frequentando siti e forum che si occupano dell’argomento, di leggere recensioni, presentazioni ed opinioni sui suoi dischi, sui suoi concerti e su di lei in generale.

“The greatest” è il suo album del 2006, il primo di inediti dopo 3 anni, e l’ultimo per circa 6. Nel suo curriculum segue nell’ordine “Moon pix” e “You are free”, considerati generalmente i suoi capolavori, le sintesi della sua musica, tanto che sono i due titoli che vengono solitamente consigliati urbi et orbi a chi vuole le si vuole avvicinare ed a chi la vuole approfondire. “The greatest” rappresenta anche una leggera svolta nella carriera di Chan Marshall, che con questo album passa ad un suono leggermente più pieno, più da band, con una sezione di fiati ed un approccio generale che la avvicinano vagamente al soul con qualche venatura jazz.

Quando si parla di questo disco normalmente la sintesi delle opinioni che vengono espresse è “bello, ma…”. Bello, ma non all’altezza dei suoi capolavori. Bello, ma distante dal tipico stile Cat Power. Bello, ma non convincente. Bello, ma meno intimista dei suoi lavori più riusciti. Bello, ma discontinuo, con due capolavori come pezzi d’apertura e di chiusura, ed un corpo meno brillante.

Tutto vero. Solo che per me “The greatest” è bello e basta.

Il pezzo introduttivo, la title track, è qualcosa che semplicemente non si può descrivere a parole, una canzone che rasenta la perfezione, probabilmente da sopra. Tre minuti e ventidue secondi di bellezza, di emozione, di sensualità, di struggente malinconia, di profondità. “The greatest” è un pezzo che vale una carriera, forse una vita: una persona capace di scrivere un brano così è giusto che faccia la musicista, che dedichi sé stessa a comporre, suonare e cantare, anche dovesse non scrivere mai più nient’altro di paragonabile. Anche il finale è fantastico, ed a questo proposito la supposta discontinuità del disco altro non è che un semplice limite umano: non esiste un album di canzoni che sia composto da 12 pezzi del livello di “The greatest”, non esiste una persona in grado di scrivere 12 brani del genere di seguito, se esistesse sarebbe il dio della musica, ed è comunque tutto da vedere se un album così sarebbe poi davvero fruibile.

Il problema di “The greatest” inteso come disco, semmai, è che il capolavoro, il pezzo sopra a qualunque altra cosa, si trova all’inizio dell’album, e quando raggiungi la perfezione subito poi non puoi che scendere. E non hai nemmeno il tempo o il modo di far avvicinare chi hai avanti a ciò a cui arriverai. Per questo, forse, il prosieguo delude la gente: come fai, quando hai perso la verginità con miss college, ad accontentarti delle tue carinissime compagne di corso? Ti ci vuole un po’ per riprenderti: non è semplicissimo, se parliamo di un disco di 42 minuti.

Però le 10 canzoni successive sono in gran parte belle davvero: scure, malinconiche, a volte un po’ dimesse, alcune bizzarre con i loro fraseggi dei fiati, ma quasi sempre seducenti, affascinanti – mentre l’undicesima, “Love and communication” ritorna prepotentemente in cima, bellissima, sensuale. Ma non è questo esattamente il punto.

Il punto è che “The greatest” sarebbe un bel disco anche senza la title track, una canzone di una tale bellezza che riesce sovrastare inesorabilmente il resto. Con la title track come primo pezzo, ondeggia tra un bell’album impreziosito da una gemma quasi dolorosa per quanto è speciale e per quanto poco dura, ed un costante sottofondo di amarezza perché, quando lo si ascolta, dopo i primi 30 secondi si è convinti di essere stati presi e trasportati in un’altra dimensione, ed invece siamo ancora sulla terra, nel mondo reale. E nel mondo reale i dischi, soprattutto quelli di persone strane ed un po’ problematiche, sono tante cose, ma certo non sono perfetti, e sono interessanti proprio per questo: per le storie che raccontano, per le persone che ci sono dietro e che parlano di sé. Qualcosa che Chan Marshall sa fare davvero molto bene.

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