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Per chi se lo fosse perso, qualche giorno fa, specificatamente dopo la vittoria dell’Inter nel torneo di Viareggio, Arrigo Sacchi, ex allenatore del Milan, del Real Madrid e della Nazionale italiana, ma anche ex coordinatore tecnico delle Nazionali giovanili alla FIGC, ha rilasciato delle dichiarazioni sconfortanti: in estrema sintesi, la sua opinione è che l’Italia non ha una dignità ed un orgoglio nazionali perché le giovanili delle squadre di calcio italiane sono piene di giocatori stranieri, in particolare neri.

Di fronte al nutrito coro di sdegno per un’uscita palesemente e vergognosamente razzista, Sacchi ed una parte della stampa, dotata di grandissimo senso della misura, hanno provato a mettere delle toppe che hanno ulteriormente peggiorato la situazione. Poi, mentre da noi si masturbavano gli elefanti nel tentativo di contestualizzare, dall’Inghilterra pioveva un semplice e candido tweet di Gary Lineker, oggi un lord che commenta il calcio in televisione, ieri un lord che in un’intera carriera professionistica da punta centrale non è mai nemmeno stato ammonito: “too many racists in Italian football”. Una sintesi perfetta.

Facciamo un breve elenco di motivi per cui tutto questo è deprimente ed è anche l’ennesimo, orribile specchio di un paese ridicolo, retrogrado e razzista, peraltro inconsapevolmente.

1) Sacchi e tutti i giustificazionisti all’amatriciana che gli vanno dietro identificano il termine “neri” con “stranieri”, oppure sottintendono che i neri, qualora italiani, non abbiano orgoglio nazionale. Tutto questo somiglia terribilmente al “non esistono negri italiani” che Balotelli si è sentito cantare in tutti gli stadi italiani, prima di approdare al Milan e diventare un eroe della lotta al razzismo.

2) Inoltre utilizzano la parola “troppi” senza nessun riferimento numerico: cosa significa troppi? Troppi rispetto a cosa? Rispetto alla quota di neri nella popolazione italiana? Le giovanili devono esserne campioni conformi? Oppure troppi rispetto alla quota critica per il mantenimento della purezza della razza?

3) Ma poi perché la presenza di un certo numero di stranieri e neri dovrebbe essere un problema per orgoglio e dignità nazionali? Questi sono concetti culturali, non di censo. Un tenore può essere anche blu a pallini, ma se canta come si deve la parte di Radames al Metropolitan rende più giustizia all’identità italiana di un italiano da 43 generazioni che non ha mai sentito parlare di Verdi. E se anche parlassimo solo di calcio, un ragazzo nato in Nigeria che fa tutta la trafila delle giovanili nella Lazio è un prodotto dell’Italia, esattamente come Messi è a tutti gli effetti calcisticamente spagnolo, anche se gioca con l’Argentina.

4) Il fatto che Sacchi non si consideri razzista per aver fatto giocare Gullit e Rijkaard è la sintesi del problema, perché in Italia questo definisce esattamente il massimo livello di antirazzismo che si può produrre a livello istituzionale: quello che approva ed apprezza i professionisti neri di alto livello. Poi però l’idraulico è sempre un “negro” e quando sale un tizio di colore in jeans e giubbotto di pelle sulla metropolitana tutti controllano il bottone della tasca del portafogli.

5) Notevole anche la storia che il razzismo è un problema serio, che non ha niente a che vedere col dorato mondo del calcio, come se la lotta al razzismo riguardasse solo le situazioni con morti e feriti e non fosse un principio basilare da mettere in pratica a tutti i livelli ed in tutte le situazioni indipendentemente dagli interessi e dalla congiuntura. E questo per non parlare del fatto che le giovanili calcistiche sono tutt’altro che un mondo dorato e sono comunque regolate dalle leggi dello Stato e dell’Unione Europea. Quindi l’idea qual è? L’introduzione della modica quantità di razzismo?

6) Magnifica infine la corsa al distinguo, a dire che l’Italia non è un paese razzista ed al richiamo all’ordine per difendere il Paese attaccato dall’estero. Se l’Italia fosse veramente interessata a difendere il proprio onore dovrebbe liberarsi di chi lo infanga ogni volta che apre bocca, non proteggerlo in nome di un qualche astratto e fortemente malinteso senso di lealtà nazionale; allo stesso modo, se l’Italia fosse veramente un paese non razzista dovrebbe essere in grado di capire quando una dichiarazione lo è e prenderne le distanze in modo forte e fermo, non iniziare con le interpretazioni pindariche atte a definire un antirazzismo à la carte applicabile anche ai razzisti. Perché questa si chiama coda di paglia – questa sì, una specialità nazionale.

Avanti così, verso il ridicolo infinito ed oltre.

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